Global Times: "I complotti economici contro la Cina"

Global Times: "I complotti  economici contro la Cina"

di Eugenio Buzzetti

twitter@eastofnowest

 

Pechino,16 mar. - Alla larga da Wall Street, per non farsi trascinare negli alti e bassi della finanza occidentale. Sembra un richiamo al "nazionalismo economico" l'editoriale comparso venerdì sul Global Times, il quotidiano-bulldozer della politica estera cinese. La riflessione prende spunto dalla notizia delle dimissioni rassegnate mercoledì scorso da Greg Smith, direttore esecutivo di Goldman Sachs. Nella lettera con la quale dichiarava di lasciare l'incarico, l'ex-manager polemizzava contro la "intossicante cultura dell'arricchimento" della banca di investimento, e con il fatto che i clienti vengono trattati come "marionette".

 

Il Global Times descrive Goldman Sachs come quintessenza del capitalismo americano, impegnata a massimizzare i profitti a breve termine e acquisire sempre più potere sull'economia. "Non si può escludere - spiega l'editoriale - la possibilità che il gruppo conduca affari moralmente discutibili nei Paesi emergenti" che, dalla loro, non si possono sottrarre allo strapotere dei grandi gruppi finanziari occidentali perché "rifiutarsi di fare affari con le società di Wall Street potrebbe costare ancora di più ai Paesi emergenti".

 

Poveri contro ricchi, insomma. Ma non solo: anche Cina contro gli "squali finanziari" americani, come li definisce il quotidiano espressione dei falchi del Partito Comunista Cinese. "Le strategie di guerra finanziaria - conclude il Global Times - non esistono solo nella fiction. Potrebbero accadere nella vita reale e paralizzare il mercato finanziario". I paesi emergenti, Cina su tutti, non hanno ancora gli strumenti adeguati per combattere ad armi pari contro le grandi banche di investimento oltre-oceano. Per potere competere servono quelle banche di investimento globali che ancora mancano.

 

L'editoriale del Global Times sembra riproporre una visione  in auge da tempo, quella del "nazionalismo economico". Negli ultimi anni, si è affermato tra il pubblico dei lettori cinesi un libro -"Guerre valutarie" di Song Hongbing - che ha incontrato anche il favore di alcuni alti dirigenti. Pubblicato nel 2007, il libro ha visto il successo solo due anni più tardi, trainato dal seguito, "Guerre valutarie 2". Il primo volume aveva previsto, con un anno di anticipo, la crisi finanziaria del 2008 e prendeva le mosse da un concetto semplice: la Federal Reserve e altre banche centrali europee sono controllate da un gruppo di banche private. Nel secondo, l'autore si spingeva oltre, prevedendo che entro il 2024 ci sarebbe stata una sola moneta globale, e che se la Cina non avesse avuto un ruolo dominante nel nuovo sistema economico, sarebbe stato meglio, semplicemente, non prendervi parte e continuare a fare affari con i Paesi che ruotano nell'orbita cinese.

 

Entrambi i libri sono stati accolti da un grande successo: un milione di copie vendute per il primo volume; il doppio per il secondo. Nel maggio scorso è poi uscito il terzo volume, che affronta la storia contemporanea cinese dal punto di vista delle guerre valutarie, fino ad arrivare ai giorni nostri. La "saga economica" di Song Hongbing viene vista all'estero come l'ultimo capitolo della teoria del complotto in salsa cinese, secondo la quale la responsabilità dei guai della madrepatria è sempre da ricercare altrove. In questo caso, nelle politiche spregiudicate di potenti banchieri capaci di manipolare il valore delle monete e determinare crisi economiche che colpiscono Paesi lontani. In diversi punti i suoi volumi sembrano una riedizione della retorica del "complotto demo-pluto-giudaico-massonico" in chiave anti-cinese. Nonostante le recensioni negative ottenute all'estero, e alcune teorie in piena fantapolitica,in Cina i libri di Song Hongbing sono molto popolari anche tra diversi leader del Partito Comunista Cinese.

 

In guardia, insomma, tuona il Global Times, dagli squali della finanza mondiale, perché possono arrivare dappertutto e "i protagonisti della finanza locale corrono il rischio di rimanere intrappolati dagli accordi che stringono con le società di Wall Street".




© Riproduzione riservata