GLOBAL SUMMIT CON KISSINGER E PRODI

(di Antonio Talia)

Relatori d'eccezione come Henry Kissinger e Romano Prodi, 900 professori e personalità del mondo economico, oltre 100 organismi coinvolti: sono i numeri del primo "Global Think Tank Summit" che si è concluso a Pechino sabato scorso. I più importanti 'pensatoi' del mondo hanno risposto all'invito del CCIEE (China Center for International Economic Changes) e dell'influente settimanale economico cinese Caijing, che in circa due mesi hanno messo in piedi un raduno unico nel suo genere, proprio a ridosso del prossimo G8. Al centro delle discussioni- com'è ovvio- la crisi economica globale. E le soluzioni per uscirne.
 
Romano Prodi: "Sì alla proposta cinese"
 
"Mi piace. E' una proposta difficoltosa, ma mi piace". Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione Europea si è detto entusiasta della proposta cinese di utilizzare gli Special Drawing Rights – una moneta 'virtuale' basata sulla media di diverse valute- come principale riserva per le banche mondiali e per fissare gli scambi internazionali. "Penso che l'euro sia un fantastico esempio di come si possa percorrere la strada di una valuta unica" ha proseguito Prodi. "Nel caso della proposta cinese, ci sono numerosi passi da intraprendere. Il primo è mettere insieme tutti i gruppi che studiano la finanza internazionale e creare una commissione molto forte; dare loro due anni di tempo e provare a capire se è possibile utilizzare questo tipo di valuta, evitando tutti i problemi monetari che abbiamo dovuto affrontare in passato. Sarebbe un vantaggio per tutti. Ci sono voluti due anni per gli accordi di Bretton Woods, in un mondo in cui i soli Stati Uniti non erano stati toccati dalla guerra. Oggi viviamo in un mondo molto più complesso, quindi è necessaria un'imponente analisi tecnica prima di prendere la decisione. Ma  a mio avviso è questo il destino di un mondo che vuole essere più pacifico e cooperativo". La proposta è stata avanzata qualche mese fa dal governatore della banca centrale di Pechino  Zhou Xiaochuan ed ha assunto tutti i caratteri dell'ufficialità la settimana scorsa con la pubblicazione del rapporto sulla stabilità stilato dalla People's Bank of China, nel quale si afferma - senza mai menzionare il dollaro direttamente- che "la Cina spingerà per una riforma che renda più stabile e razionale il sistema valutario internazionale". La leadership di Pechino, compreso il premier Wen Jiabao, ha espresso più volte negli ultimi mesi le sue preoccupazioni sulla tenuta del biglietto verde, che da solo costituisce la maggior parte delle riserve in valuta straniera detenuta dalla Cina, stimabili in circa 2mila miliardi di dollari. Gli Special Drawing Rights- ideati negli anni Sessanta dal Fondo Monetario Internazionale- sono attualmente basati per il 44% sul dollaro e per il 34% sull'euro, mentre il restante 22% viene diviso in parti uguali tra yen giapponese e sterlina. La Cina punta a inserire anche la sua moneta, lo yuan/rembimbi, in questo paniere di valute, attribuendo a ciascuna di esse un salomonico 20%. La proposta verrà avanzata già ufficialmente nel corso del G8+G5 (Brasile, Russia, India, Cina e Messico) in programma a L'Aquila questa settimana? Secondo una fonte diplomatica cinese di alto livello citata dall'agenzia Xinhua è ancora troppo presto per parlarne, ma il vertice potrebbe riservare delle sorprese. Romano Prodi si è anche detto ottimista sulla tenuta del sistema bancario cinese che negli ultimi mesi, su indicazioni del governo e della Banca Centrale, sta iniettando enormi dosi di liquidità nell'economia nazionale. Se nelle ultime settimane alcuni richiami sul credito facile erano giunti sia da osservatori stranieri che dalla People's Bank of China, l'ex presidente della Commissione Europea non ha dubbi. "Ho visto gli aspetti quantitativi, ma non ho seguito quelli qualitativi" ha dichiarato ad AgiChina24. "Ma la robustezza generale del sistema è fuori da ogni dubbio, quindi credo che dal punto di vista macroeconomico non ci sia nessun problema radicale".  
 
Gli italiani: Osservatorio Asia e il ponte Italia-Cina
 
 "Quella del summit è stata una grande idea – dice Alberto Forchielli, presidente di Osservatorio Asia e tra i partner fondatori di Mandarin Fund –e diventerà un appuntamento fisso, non sappiamo ancora se ogni due oppure ogni tre anni. Prevedo che ci sarà una corsa a partecipare alle prossime edizioni". Osservatorio Asia è un organismo imprenditorial-accademico che si propone di diffondere la conoscenza dell'Asia in Italia, soprattutto in ambito imprenditoriale, ed è anche l'unico think-tank italiano che ha partecipato al summit. In questi giorni i riflettori sono puntati sulla missione d'acquisto cinese in Italia: "E' difficile dire quali siano le prospettive" dice Forchielli. "Durante queste missioni di solito si firmano accordi già in gestazione da tempo". Jenny Gao, cinese,  uno dei manager Mandarin Fund è ottimista: "In generale riceviamo molte richieste da imprese cinesi interessate all'Italia, soprattutto in settori come quello meccanico, farmaceutico e dei consumer goods. L'Italia ha una tessuto imprenditoriale basato sulle PMI che la Cina trova molto interessante, ed è generalmente abbastanza aperta agli investimenti dall'estero, ma tra le due parti capita spesso di parlare un linguaggio diverso e per questo è necessario affidarsi a un buon advisor. Se le imprese italiane vogliono davvero ottenere qualcosa in Cina  penso che debbano avvantaggiarsi completamente delle conoscenze della controparte e  utilizzarla per esplorare il mercato cinese". Mandarin Capital Fund è il più grande fondo di private equity focalizzato sull'asse Italia-Cina ed è il regista dell'acquisizione dell'italiana CIFA  da parte della cinese Zoomlion, un'operazione da 500 milioni di euro che ha dato vita al colosso mondiale della protezione delle betoniere.  "La Cina, ormai, non è più un paese in cui fare degli affari mordi e fuggi" conclude Gao, e considerato il suo punto di vista privilegiato, sembra difficile smentirla.
 
Gli investimenti diretti esteri ai tempi della crisi
 
La Cina darà più spazio agli investimenti diretti stranieri e alle joint venture con altri paesi per contrastare la crisi economica globale? Secondo Zhang Xiaoqiang, vice presidente della Commissione Nazionale per le Riforme e lo Sviluppo- il più importante organo di pianificazione economica del paese- la risposta è sì. Nel corso del suo intervento al Global Think Tank Summit ha ripercorso i punti della politica economica cinese degli ultimi mesi, dagli abbassamenti del tasso d'interesse all'impiego dell'imponente pacchetto di stimoli varato dal governo, e ha invitato ancora una volta gli imprenditori stranieri a guardare soprattutto all'ovest della Cina, alle province ancora meno sviluppate. Ma è anche sul fronte opposto, quello delle imprese cinesi nei paesi stranieri, che secondo il vice-direttore responsabile per l'estero del Consiglio di Stato (il governo cinese) Long Quoqiang che si gioca una partita interessante dal punto di vista del rinnovamento e delle opportunità: "Stiamo incoraggiando da tempo le nostre compagnie a muoversi all'estero, e a diversificare il loro target. Ma dobbiamo ammettere che in alcuni casi manchiamo ancora del software per farlo, pensiamo alle questioni ambientali. Alcune delle nostre politiche vanno adattate al contesto globale, anche per chiudere con le vecchie cattive abitudini in casa e fuori. Per questo c'è  bisogno del supporto delle compagnie straniere, del loro software e del loro know how. Solo così è possibile ottenere un vantaggio per tutti e uscire dalle secche della crisi". Ma Michele Geraci, a capo del China Program del Global Policy Institute della London Metropolitan University invita a stemperare gli entusiasmi: "Sono scettico su eventuali segni di ripresa e non penso che siano state attuate, a livello globale, grandi politiche per contrastare la crisi. Quanta crescita del PIL è stata comprata grazie al debito durante una crisi fondata sul debito? Il debito è ancora diffuso a un livello personale, e la risposta in molti paesi può essere solamente un'attenuazione degli stili di vita tenuti negli ultimi anni. Per paesi come la Cina questa crisi può effettivamente essere un'opportunità, ma solo se il governo continuerà a investire su tre pilastri come l'istruzione, il sistema sanitario, e quello pensionistico".  Che si stia dalla parte degli ottimisti o da quella degli scettici, insomma, è sicuro che i policymakers di tutte le nazioni si troveranno di fronte a scelte fondamentali nei prossimi mesi. Summit come quello di Pechino diventeranno sempre più frequenti e necessari.


antonio.talia@agi.it