GIALLO SULLA MORTE DI JIANG ZEMIN, PECHINO TACE

GIALLO SULLA MORTE DI JIANG ZEMIN, PECHINO TACE

Pechino, 6 lug.- Jiang Zemin è morto: è quanto riferito dall'emittente televisiva di Hong Kong ATV secondo cui l'ex presidente sarebbe stato stroncato da un infarto. La notizia della scomparsa di Jiang Zemin rimbalza da ore sul web, ma da Pechino e dai media cinesi il silenzio è assoluto. Non solo. La ricerca di parole come "Jiang" (fiume), "segretario del partito" e "infarto" non produce risultati. Segno che la macchina della censura cinese è in azione contro la diffusione di notizie ufficiose.

 

 

Nato il 17 agosto del 1926 a Yangzhou (nella provincia del Jiangsu), Jiang Zemin è considerato uno dei padri dello sviluppo economico della Cina e il "cuore" della terza generazione di leader del Partito Comunista Cinese al potere. Cresciuto in un clima antinipponico, Jiang si avvicina presto alle dottrine comuniste e nel 1946 si unisce al partito. Dopo un lungo periodo di assenza, Jiang fa di nuovo il suo ingresso in politica nel 1983 quando viene nominato ministro dell'Industria elettronica e successivamente membro del Comitato centrale del PCC. Ma è con il massacro di Tian'anmen che emerge la figura di Jiang che, per volere di Deng Xiaoping, viene nominato Segretario generale del PCC al posto di Zhao Ziyang.

 

 

Additato da Deng come responsabile del ritardo nell'attuazione delle riforme economiche da egli sostenute, Jiang 'ribatte' con una trasformazione della teoria del "socialismo con caratteristiche cinesi" in quella del "socialismo di mercato". Una mossa che gli spianerà la strada verso la presidenza della Repubblica popolare cinese, carica che ricoprirà dal 1993 al 2003. Ma il plauso non è unanime: la teoria del socialismo di mercato gli attirerà le critiche dei maoisti che lo accusano di aver reindirizzato la Cina verso il capitalismo. Dal 1989 al 2004, inoltre, ricopre anche la carica di presidente della Commissione Militare centrale.

 

 

Nel corso suoi dieci anni di governo, Jiang tenta di ristabilire i rapporti con Russia e con gli Stati Uniti e nel 1997 incontra l'allora presidente americano Bill Clinton che nel 1999 'ricambia la cortesia' volando in Cina. Ma non è l'agenda estera a renderlo 'famoso' quanto la sua "Teoria delle tre rappresentatività" secondo cui il potere e la forza del Partito Comunista Cinese (PCC) derivino del fatto che esso sia in grado di rappresentare le esigenze delle forze produttive più avanzate del paese, di dare voce a più avanzati orientamenti culturali e di garantire gli interessi della maggioranza della popolazione. Esposta per la prima volta nel 2000 la teoria viene subito inserita nello statuto del partito, sollevando le critiche degli oppositori di Jiang che considerano il gesto come l'ultimo atto narcisista di un presidente ossessionato dal culto della personalità. Le "Tre rappresentatività" vengono presentate come la "continuazione e lo sviluppo del marxismo-leninismo, del pensiero di Mao Zedong e della teoria di Deng Xiaoping" una definizione che non solo ne legittima il peso e l'importanza in ambito politica e filosofico, ma eleva lo stesso Jiang ai livelli di Mao e di Deng.  

 

 

Intanto la popolarità e l'influenza del presidente che "sa le lingue, suona il flauto, legge Tolstoi e Shakespeare" aumenta sempre di più. Poi, il lento ritiro: nel 2003 Jiang lascia la poltrona più alta a Hu Jintao e nel 2005 abbandona anche l'ultimo incarico di presidente della Commissione militare centrale.

 

 

di Sonia Montrella

 

 

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