Geithner in pressing sullo yuan

Era il vertice che i padroni di casa non volevano e sul quale hanno messo subito un veto: proibito parlare dell'argomento che gli altri partecipanti volevano affrontare, le tensioni sui cambi internazionali. Così tutto si è risolto ieri in una discussione su un dettaglio molto tecnico, la cui soluzione è tutt'altro che imminente. Alla fine, non è stato nemmeno un vero e proprio vertice, nonostante la presenza di tanti ministri finanziari e governatori delle banche centrali, ma una sorta di seminario senza conclusioni ufficiali. E nel quale sono riemerse le divisioni di fondo già evidenziate dalle riunioni del G-20 di febbraio a Parigi.
Quando qualche mese fa il presidente francese Nicolas Sarkozy, che è di turno alla guida del G-20, ha annunciato di voler dibattere la riforma del sistema monetario internazionale, e di volerlo fare in un incontro in Cina, Pechino ha risposto freddamente e ha infine accettato, collocandolo nella sede defilata di Nanchino e togliendogli ufficialità, solo alla condizione che non si parlasse del cambio dello yuan, la cui sottovalutazione è ritenuta da molti altri Paesi del G-20 la causa principale degli squilibri globali.
Alla riunione di ieri, Tim Geithner, il segretario al Tesoro Usa, cui la questione sta particolarmente a cuore, ha ribadito comunque la posizione americana, pur senza citare la Cina per nome, e ricordando che il problema più grave del sistema monetario oggi è la disparità fra Paesi che hanno cambi flessibili e altri che invece hanno cambi fissi o semifissi. «Questa asimmetria ha creato molte tensioni: intensifica i rischi di inflazione nei Paesi emergenti che hanno un cambio sottovalutato e alla fine genera protezionismo», ha detto Geithner, il quale ha insistito anche che al Fondo monetario dovrebbe essere assegnata maggior libertà di giudicare pubblicamente le posizioni delle valute.
Sarkozy ha sostenuto che, senza una riforma del sistema monetario, vecchio cavallo di battaglia della Francia che lui ha messo al centro della sua presidenza del G-20 (con l'intento, maligna qualcuno, di contrapporsi sulla scena economica internazionale al suo probabile rivale delle prossime presidenziali francesi, il direttore dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn), c'è il rischio di nuove e più gravi crisi finanziarie e che questa riforma va avviata subito.
La Cina non sembrano condividere lo stesso senso di urgenza, soprattutto non se questo comporta una modifica troppo rapida dello status quo dello yuan, ora sganciato dal dollaro, ma comunque con una briglia corta da parte delle autorità: la sua rivalutazione da giugno in poi, quando è avvenuto l'allentamento del legame con la valuta Usa, è stata solo del 4 per cento. Wang Qishan, il vicepremier cinese, ha detto ai partecipanti dell'incontro di Nanchino che la riforma monetaria globale «è un processo lungo e complesso».
Gran parte della discussione ha finito così per ruotare intorno alla questione piuttosto tecnica e abbastanza marginale - come ha rilevato il governatore della Banca d'Inghilterra Mervyn King - dell'inclusione dello yuan nel paniere dei diritti speciali di prelievo, la moneta "sintetica" del Fondo monetario, cui qualcuno vorrebbe dare maggior peso nelle riserve valutarie. Il paniere è oggi composto da dollaro, euro, sterlina e yen: l'inclusione dello yuan sarebbe un riconoscimento della crescente influenza della Cina nell'economia mondiale. Geithner e il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet hanno osservato però che l'ammissione della moneta cinese a questo ristretto club potrà avvenire solo quando questa avrà un cambio flessibile e sarà libera da controlli sui capitali, oltre che governata da una banca centrale indipendente. Condizioni che vorrebbero dire per Pechino accelerare un percorso che vuol invece percorrere al proprio passo. Tanto che il governatore della Banca centrale, Zhou Xiaochuan, ha detto solo che l'inserimento dello yuan nei diritti speciali di prelievo avverrà «prima o poi».
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LA PAROLA CHIAVE


Diritti speciali
di prelievo
I Diritti speciali di prelievo - in sigla Dsp e in inglese, Special Drawing Rights, Sdr - sono l'unità di conto utilizzata dal Fondo monetario per le riserve e i pagamenti internazionali. Non rappresentano quindi alcuna moneta ma servono come misura del valore delle transazioni tra Paesi (oltre che nelle convenzioni sulla responsabilità di diritto privato). I Dsp sono stati creati nel 1969 per rimpiazzare l'oro come base delle transazioni, e per questo sono stati anche detti paper gold. Sono anche crediti (il loro tasso di interesse era fissato ieri allo 0,47%). Il loro valore si basa su un paniere di tre divise: il dollaro (con un peso fissato al 41,9%); l'euro (con il 37,4%); lo yen giapponese (con il 9,4%) e la sterlina britannica (con l'11,3%). Ieri un Dsp valeva 1,116 euro e 1,585 dollari.

01/04/2011