Geithner boccia la Cina sullo yuan

LOS ANGELES
L'America sta perdendo la pazienza con la Cina sulla questione valutaria, ha lasciato intendere ieri il ministro del Tesoro Tim Geithner in Parlamento. Ma il Parlamento americano sta perdendo la pazienza con il ministro del Tesoro e con il presidente Barack Obama per un atteggiamento giudicato troppo morbido nei confronti di Pechino: la Cina va punita forse anche con sanzioni, hanno suggerito diversi senatori, perché continua a mantenere sottovalutato lo yuan, con conseguenze dannose per le esportazioni e l'economia americana.
Immediata la reazione di Pechino: «Le insistenze americane per rivalutare lo yuan non solo non faranno nulla per risolvere il problema del deficit commerciale e della disoccupazione Usa, ma potrebbero addirittura avere l'effetto opposto», ha detto un portavoce del ministero degli esteri cinese.
Geithner ieri ha alzato il tono contro la Cina, dichiarando di fronte alla commissione bancaria del Senato che l'apprezzamento dello yuan promesso il giugno scorso è limitato e sta procedendo troppo lentamente; gli Stati Uniti, ha detto, stanno analizzando tutti gli strumenti a disposizione per incoraggiare Pechino a muoversi con maggiore rapidità. Ma Geithner si è rifiutato di accusare direttamente la Banca centrale cinese di manipolare il valore dello yuan. «Perché no?», ha incalzato il senatore repubblicano Richard Shelby: «Tutti sanno e dicono, incluso tu, che la Cina manipola la proprio valuta, perché non affermarlo ufficialmente?».
Le ragioni sono molteplici. Washington si trova nella delicata situazione di voler dare ascolto al risentimento popolare contro la concorrenza sleale della Cina (uno yuan sottovalutato aiuta le esportazioni cinesi e penalizza quelle americane), ma allo stesso tempo non vuole rischiare di inimicarsi Pechino, il cui appoggio diplomatico potrebbe essere decisivo nelle trattative con l'Iran e la Corea del Nord. La Cina possiede anche 900 miliardi di dollari di titoli del Tesoro americano.
Alla vigilia dell'appuntamento elettorale del 2 novembre, deputati e senatori sono invece sotto pressione da parte di un elettorato sempre più irato e preoccupato per lo stato in cui versa l'economia americana, con il tasso di disoccupazione che resta inchiodato al 10% e la crescita che sta perdendo fiato.
Le misure concrete che il Parlamento Usa minaccia di trasformare in legge prima delle elezioni potrebbero includere sanzioni, e accrescere quindi il rischio di una guerra commerciale. Gli Stati Uniti hanno già presentato due proteste formali alla World Trade Organization, una contro i dazi imposti da Pechino sulle importazioni di alcune categorie di acciaio, l'altra contro le barriere nel settore dei pagamenti online.
In un gesto di pace alla vigilia della testimonianza di Geithner in Parlamento, la Banca centrale cinese è tuttavia intervenuta sul mercato valutario spingendo lo yuan ai livelli più alti dal 1994, a 6,7248. Lo yuan si è rivalutato nel giro delle ultime due settimane più di quanto non abbia fatto nel corso dell'ultimo anno, ma non abbastanza per calmare i rigurgiti protezionistici in America. Da giugno, quando la Cina decise di svincolare lo yuan dal dollaro, la valuta cinese si è apprezzata solo dell'1,5%. Il surplus della Cina verso gli Stati Uniti intanto è cresciuto ancora a 119 miliardi di dollari nella prima metà dell'anno; di questo passo potrebbe superare i 227 miliardi di dollari dell'anno scorso.
Ieri, intanto, il primo ministro giapponese Naoto Kan, alle prese con il superyen, ha annunciato che il Giappone interverrà di nuovo sul mercato dei cambi «se necessario». Mercoledì la Banca centrale era scesa in campo per la prima volta dal 2004 per indebolire la moneta. Intervento criticato in quanto «unilaterale» dal presidente dell'Eurogruppo, Jean Claude Juncker.
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