Gardone sul podio del mondo

La capitale mondiale delle armi leggere si nasconde in una valle stretta, incuneata fra la cintura delle Prealpi retiche, abitata da un silenzioso popolo di lavoratori: gente chiusa, dura, scevra da passioni estetiche e invece dedita al lavoro con grinta quasi religiosa. Tanto che da questa grinta e da questa millenaria «cultura del ferro e delle armi» sono nati i fucili leader del mondo, che hanno fatto delle Olimpiadi di Pechino della scorsa estate una competizione a schiacciante dominio italiano.
Nel tris del tiro a volo (fossa olimpica, double trap e skeet) su 130 atleti in gara, 122 hanno imbracciato carabine costruite nel nostro Paese. Aziende come Perazzi, Beretta, Gamba e Rizzini hanno sbaragliato competitor come Browning (Usa), Baikal (Russia) e i tedeschi di Krieghoff e Merkel. Alla fine tutte le 15 medaglie in palio sono state assegnate a tiratori equipaggiati con tecnologia italiana, proveniente per intero dallo storico distretto bresciano. Così, nell'informale medagliere dei produttori, 11 medaglie sono finite a Perazzi (tre d'oro, quattro d'argento e quattro di bronzo), tre a Beretta (due ori e un argento) e un bronzo a Gamba. Dieci gli ori per gli atleti azzurri, 34 le medaglie, tutte conquistate con pistole e fucili bresciani.
Chiave di questa supremazia, la super-personalizzazione delle componenti dell'arma, dal calcio alla dimensione della canna fino alla linea di puntamento: «Tutti i grandi nomi del tiro a volo si affidano a noi italiani – spiega Roberta Perazzi, a 44 anni consigliere di amministrazione della ditta fondata dal padre Daniele – perché siamo industriali che hanno conservato la mentalità degli artigiani».
Ma anche il rapporto stretto, «quasi di scuderia», con i tiratori: «Per seguire i professionisti abbiamo creato un'autentica "squadra corse", presente alle Olimpiadi con cinque specialisti». Così Franco Gussalli Beretta, 42 anni, vicepresidente di Beretta Italia e di Beretta Usa. Un mix che è l'effetto di una precisa collocazione strategica: «Le aziende bresciane monopolizzano infatti la metà del mercato mondiale delle armi da tiro».
Caccia e sport ma anche semplicemente cultura del bello: la strada che da Brescia conduce a Gardone Valtrompia è spesso solcata, oltre che da sportivi e cacciatori, anche da facoltosi e famosi collezionisti di armi, alla ricerca del miglior equilibrio fra precisione balistica ed estrema qualità nelle rifiniture e nelle decorazioni: esigenze che solo gli artigiani incisori bresciani sono in grado di soddisfare. Una tradizione antica, quella di incidere le bascule dei fucili, che ha anche fatto nascere una scuola che annovera iscritti da tutto il mondo. Tra i grandi maestri del passato da ricordare c'è Francesco Medici, classe 1924, che negli anni Cinquanta firmò un fucile per il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower. O Angelo Galeazzi, conosciuto per le sue ambientazioni classiche con protagonista la dea della caccia Diana, il quale incise nel 1975 per il presidente Richard Nixon una serie di fucili per la celebrazione del bicentenario dell'indipendenza. O ancora Firmo Fracassi, che realizzò per Giscard d'Estaing un'incisione che ricordava le vittorie di Napoleone.
E oggi sono ancora molti i personaggi pubblici, i capi d'azienda e i politici che nutrono una forte passione per la caccia, il tiro e i bei fucili. A cominciare da Roberto Colaninno, Carlo Pesenti, Paolo Merloni, Alberto Nagel e Roberto Baggio: tutti clienti abituali delle armerie bresciane. Per non dimenticare il ministro Roberto Maroni e l'ex pilota di F1 Michael Schumacher, che sparano al poligono con armi made in Brescia. Mentre sul podio, ma questa volta dei clienti più munifici, troviamo Re Juan Carlos di Borbone, l'ex presidente George W. Bush, il regista Steven Spielberg, il cantante Eric Clapton e l'attore Tom Selleck.
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18/04/2009