FMI A SHANGHAI: NESSUNA TREGUA

FMI A SHANGHAI:  NESSUNA TREGUA

Pechino, 18 ott.- "La ripresa globale è in pericolo. In questo momento c'è il rischio che quel coro che ha combattuto unito contro la crisi si dissolva in una cacofonia di voci discordanti, man mano che ogni nazione prende una strada diversa. Tutto ciò non farà che peggiorare le condizioni di ognuno": Dominique Strauss-Kahn non ha parlato esplicitamente di guerra di valute, ma quello lanciato al termine del vertice straordinario del Fondo Monetario Internazionale che si è tenuto oggi a Shanghai è nello stesso tempo un allarme e un appello alla cooperazione.  Da Shanghai non viene fuori nessuna concertazione, non sono emersi accordi sostanziali simili a quelli del Plaza che negli anni '80 decisero un apprezzamento controllato  dello yen giapponese. La conferenza era stata annunciata in fretta e furia venerdì scorso, mentre da settimane i mercati internazionali sono attraversati da forti tensioni a causa di una serie di svalutazioni competitive lanciate a catena da diverse nazioni.

 

Al centro di tutto, stavolta, c'è la Cina, che viene da più parti accusata di mantenere artificialmente basso il valore dello yuan per garantirsi un vantaggio sleale nelle esportazioni: dopo un ancoraggio di quasi due anni al dollaro, lanciato per difendersi dalla crisi, nel giugno scorso Pechino ha acconsentito a una leggera fluttuazione, che ha però condotto a una modesta rivalutazione attorno al 2,5%. Decisamente troppo poco per chi nell'export subisce dal Dragone una concorrenza sempre più pervasiva: il  Giappone è intervenuto sul proprio tasso di cambio per la prima volta in sei anni e successivamente, come tasselli di un domino, sono state adottate misure dirette o indirette da Corea del Sud, Singapore, Taiwan, India, Brasile e Svizzera. La Camera dei Rappresentanti USA ha approvato una norma che, se perfezionata, potrebbe potenzialmente condurre all'applicazione di tariffe sulle esportazioni dalla Cina, mentre il presidente di Bundesbank Axel Weber aveva dichiarato che in un eventuale conflitto monetario la Cina avrebbe "enormi responsabilità".

 

La posizione ufficiale tenuta da Pechino si ripete da mesi, ed è stata recentemente riassunta dal premier Wen Jiabao nei suoi viaggi a New York e in Europa:  un apprezzamento repentino avrebbe ripercussioni enormi sulla Cina, causando la chiusura di fabbriche e un aumento della disoccupazione i cui effetti si farebbero sentire anche sulla ripresa mondiale. Uno yuan forte, inoltre, provocherebbe un immenso afflusso di capitali speculativi dall'estero, capaci di compromettere ulteriormente la crescita cinese. Al momento la Banca centrale di Pechino tace, a eccezione di alcune secche frasi con le quali Xia Bin, appartenente alla commissione politiche monetarie, ha velatamente invitato gli USA a smettere di stampare altra moneta per sostenere la  crescita interna:  "La chiave di tutto sta nel restringere l'emissione di valuta delle economie più importanti,- ha  dichiarato Xia a un piccolo gruppo di reporter a margine dei lavori- ma è molto difficile perché una nazione che storicamente detiene la moneta di riferimento del sistema non abbandona i propri interessi facilmente. La cosa più importante da fare per sostenere la ripresa globale è correggere gli errori presenti nell'attuale meccanismo monetario mondiale basato sul dollaro".

 

Già la mattina alcuni quotidiani di Stato cinesi avevano accusato gli USA di adoperare un "doppio standard" sul fronte valutario, incolpando dei recenti contrasti l'America e le sue politiche al ribasso sul dollaro. "Siamo pronti a utilizzare armi non convenzionali per rilanciare la crescita" ha detto venerdì il presidente della FED Ben Bernanke, lasciando intendere  che presto Washington stamperà altra moneta e acquisterà altri titoli a lunga  scadenza del Tesoro, una mossa che serve  a far calare i tassi ed aumentare la  liquidità, spingendo il  biglietto verde sempre più in basso per sostenere le esportazioni  di beni Made in USA.

 

Una manovra della quale non può certo essere lieto il Dragone, primo detentore del debito pubblico americano, che vede così ridursi il valore delle immense riserve in Treasury bonds accumulate nelle sue casse. Al termine del vertice Dominique Strauss Kahn ha sottolineato ancora la necessità di imporre nuove regole al  sistema finanziario: "Servono meccanismi coerenti che  impediscano  di  scaricare sui  contribuenti la responsabilità  dei fallimenti  della grandi compagnie. Non dobbiamo avere paura di dire 'no' ai grandi interessi e di trovarci di fronte a società troppo grandi o troppo importanti per fallire. Non è un caso che questo vertice si sia tenuto in Asia, in quanto l'Asia è il motore  di  questa  ripresa. Gli enormi capitali che stanno affluendo in Asia sono una grande opportunità perché indirizzati correttamente possono portare  investimenti, crescita e miglioramenti degli standard di vita. Ma possono condurre  anche  a  boom  del  credito, bolle  speculative e instabilità finanziarie. Per queste ragioni sono necessarie nuove politiche macro-prudenziali".

 

Ma adesso che anche la conferenza di Shanghai sembra essersi conclusa senza alcuna tregua formale, i riflettori si spostano verso Seoul, dove a novembre si terrà il prossimo vertice del G20.

 

 di Antonio Talia

 

 

 

 

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