FITCH: RISCHIO CRISI SISTEMICA CINA AL 60%

Pechino, 9 mar. - Il rischio dello scoppio di una bolla speculativa capace di innescare una crisi del sistema finanziario cinese non è affatto tramontato: secondo Fitch, c'è il 60% di possibilità che un tale evento si verifichi entro il 2013. "Stiamo parlando di una crisi sistemica - ha dichiarato a Bloomberg il senior director della sede londinese di Fitch Richard Fox -, qualcosa che coinvolge tutte le banche più importanti e, tecnicamente, de-capitalizza il sistema bancario".

 

 

Il responso dell'agenzia di rating assegna a Pechino il grado di rischio MPI3.  Le ragioni vanno ancora una volta rintracciate nell'imponente massa di liquidità immessa nel sistema dalle banche a partire dal 2009: nell'ambito delle misure straordinarie varate dal governo per fronteggiare la crisi globale, gli istituti di credito cinesi hanno concesso tra il 2009 e il 2010 nuovi prestiti per 17500 miliardi di yuan, pari a circa 2700 miliardi di dollari o 1917 miliardi di euro. Gran parte di questo immenso flusso di denaro è stato utilizzato per la realizzazione di progetti immobiliari,  causando continui aumenti nel valore delle proprietà, che secondo l'Ufficio Nazionale di Statistica nel 2010 sono cresciuti in media del 18%. Pechino ha messo in campo diverse misure, tanto per frenare la corsa al credito in generale (aumenti dei tassi d'interesse e dei coefficienti di riserva obbligatoria delle banche) che per rallentare i prestiti al settore immobiliare nello specifico (stress test per valutare l'impatto di un crollo dei prezzi delle case, limitazioni ai prestiti concessi ai veicoli finanziari delle amministrazioni locali).

 

 

Un discorso a parte lo meritano proprio le amministrazioni locali: a partire dal 2008, per aggirare il divieto di ottenere finanziamenti, gli enti locali hanno creato le LIC, acronimo che sta per Local Investment Companies. Si tratta di agenzie semipubbliche – ai cui vertici siedono uomini di fiducia delle amministrazioni, quando non gli stessi funzionari locali - che hanno ottenuto credito dalle banche presentando come garanzia il più importante asset che possiedono: la terra, che in Cina è di proprietà dello stato. Secondo un rapporto della China Banking Regulatory Commission pubblicato dal settimanale Caixin nel luglio scorso, le LIC avrebbero ottenuto prestiti per 7660 miliardi di yuan (839 miliardi di euro, al cambio attuale), dei quali il 23% andrebbe ormai classificato come credito in sofferenza e il 50% avrebbe un esito "incerto". Secondo una stima indipendente del gruppo di ricercatori della Northwestern University of Illinois sotto la guida del professor Victor Shih, i prestiti concessi alle LIC ammonterebbero invece a più di 11mila miliardi di yuan (1205 miliardi di euro).

 

 

Sia come sia, nel suo giudizio segue la definizione di crisi sistemica del Fondo Monetario Internazionale, una crisi nella quale – a causa del crollo dei prezzi delle abitazioni - le banche bruciano gran parte della capitalizzazione causando un gran numero di fallimenti, mentre corporation e istituzioni finanziarie non riescono più a far fronte a scadenze e pagamenti. Secondo l'agenzia di rating, i segnali indicano un possibile, disastroso sviluppo di questo genere sono rappresentati da una crescita annuale dei prestiti del 15% e un aumento dei prezzi delle proprietà del 5% nell'arco di due anni, tutti fenomeni che il Dragone sta vivendo. Secondo Richard Fox, questi indicatori sono serviti a prevedere le crisi di Irlanda e Islanda, ma non sono stati sufficienti a prevenire quella spagnola.

 

 

Le altre agenzie di rating, tuttavia, sono meno pessimiste: "Le banche cinesi possiedono forte liquidità e un ragionevole livello di accantonamenti - ha dichiarato il direttore della sede pechinese di Standard & Poor's Liao Qiang - e tutte le banche più importanti hanno rafforzato la loro capitalizzazione nel 2010. Sono convinto, pertanto, che sarebbero in grado di far fronte a eventuali perdite".

 

 

 

di Antonio Talia

 

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