Fiammata dell'inflazione cinese

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
In Cina i prezzi corrono sempre più forte. A novembre il tasso d'inflazione è stato pari al 5,1%, un dato superiore alle stime più pessimiste degli analisti e in netto rialzo rispetto a ottobre (4,4%). Ma soprattutto si tratta del livello più elevato degli ultimi ventotto mesi.
Ad alimentare la spirale dei prezzi sono stati, ancora una volta, i consistenti rincari dei generi alimentari, che il mese scorso sono continuati a lievitare a un ritmo forsennato: +11,7% rispetto lo stesso periodo del 2009, mentre i corsi dei beni non food sono saliti solo dell'1,9 per cento. Tutte le derrate base dell'alimentazione cinese, come la soia, lo zucchero, le uova, i vegetali, la carne di maiale sono rimaste sotto forte pressione, nonostante gli interventi calmieranti varati a metà novembre dal Governo.
Come se ciò non bastasse, frattanto i prezzi internazionali delle materie prime, di cui il Dragone è il più vorace consumatore mondiale, sono rimasti in costante tensione. In questo quadro, sebbene i salari domestici abbiano rallentato leggermente la corsa rispetto alla prima metà dell'anno, l'indice dei prezzi al consumo è destinato ovviamente a restare in alta quota.
L'inflazione fa paura a tutti. Ma per la Cina è un autentico spauracchio, perché qui gli aumenti dei prezzi vanno a colpire soprattutto i beni di prima necessità, le zone geografiche più remote e disagiate, e i ceti sociali più deboli. Il rischio che i rincari del costo della vita si traducano in malcontento, proteste e instabilità è quindi piuttosto elevato.
La nomenklatura ricorda bene l'inverno del 2008, quando una spirale inflazionistica innescata dal violento rincaro dei generi alimentari fece tremare la Cina per qualche settimana. In alcune zone del paese l'aspettativa che i prezzi del cibo potessero continuare ad aumentare scatenò una drammatica corsa agli acquisti. Si verificarono scontri e incidenti; in un Carrefour di Chongqing morirono anche delle persone.
Così il Governo, per cui l'armonia sociale è un imperativo categorico assoluto, questa volta non appena ha avuto la certezza che l'inflazione stava rialzando pericolosamente la testa, è intervenuto senza indugi per mettere un freno alla corsa dei prezzi.
Per prima cosa, Pechino ha azionato la leva monetaria. Nel giro di un mese, la People's Bank of China ha aumentato ben tre volte la riserva obbligatoria per le banche (l'ultimo provvedimento è di venerdì scorso), dopo che a ottobre aveva rialzato i tassi d'interesse per la prima volta dopo tre anni.
In simultanea l'esecutivo ha azionato anche la leva amministrativa. Per aumentare l'offerta di beni alimentari sul mercato, e lanciare nel contempo un messaggio forte agli speculatori, a metà novembre il Governo ha varato una serie di interventi amministrativi per calmierare i prezzi del cibo e del carburante e per sostenere tramite sussidi la spesa quotidiana delle famiglie più povere.
L'intervento governativo, spiegano gli economisti, ha iniziato a produrre i suoi primi effetti sui prezzi dei vegetali giusto nelle ultime due settimane. «Ciò aumenta le possibilità che i prezzi dei generi alimentari a breve si stabilizzino - osserva Ben Simpfendorfer di Royal Bank of Scotland - Tuttavia, ciò potrebbe avere un impatto positivo temporaneo, giacché anche i prezzi dei beni non food sono in tensione a causa dei corsi elevati delle materie prime, della forte domanda e del credito facile».
Insomma, di fronte al rischio che l'inflazione da cibo contagi tutto il paniere, nelle prossime settimane Pechino potrebbe decidere di usare le maniere forti. Il che significa un nuovo rialzo dei tassi d'interesse e un altro giro di vite al credito che circola ancora troppo abbondante dentro il sistema economico.
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12/12/2010