Faremo i conti con lo yuan

La grandeur francese ha da sempre un chiodo fisso: la riforma del sistema monetario internazionale. Non sorprende quindi che il tema sia stato rilanciato dal presidente francese Nicolas Sarkozy all'inizio del suo turno alla guida del G-20, che occuperà l'intero 2011. Nelle intenzioni di Parigi, riforma del sistema finanziario internazionale significa ridimensionamento del dominio del dollaro e il suo affiancamento, da pari a pari, da parte dell'euro. La crisi della moneta unica, probabilmente destinata a trascinarsi a lungo, può invece far sì che nei prossimi 12 mesi l'evoluzione più interessante del sistema monetario sia l'internazionalizzazione dello yuan cinese.
La Cina ha risposto con un muro contro muro, come sempre quando è sottoposta a pressioni esterne, alle richieste da parte americana di rivalutare più rapidamente il cambio. Dall'allentamento del legame con il dollaro, l'estate scorsa, lo yuan è risalito appena del 2,5% e Pechino continua a tenere strette le redini sui movimenti di cambio. E anche la proposta del segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, di affrontare il problema in altro modo, mettendo un tetto al surplus cinese dei conti con l'estero, ha trovato l'opposizione netta dei rappresentanti di Pechino alle riunioni coreane del G-20, in autunno.
Qualcosa però si sta muovendo, seppure con il gradualismo tipico delle autorità cinesi, tanto che in Cina qualcuno parla di un futuro confronto fra "redback" e "greenback", le espressioni gergali con cui vengono definiti rispettivamente lo yuan e il dollaro. Il primo obiettivo di Pechino è quello di utilizzare la propria valuta per una quota crescente degli scambi con l'estero: potenzialmente una decisione di enormi conseguenze, considerato che il colosso asiatico è oggi la seconda economia del mondo e il primo esportatore. L'interlocutore privilegiato non sono i paesi avanzati, ma quelli emergenti che rappresentano ormai quasi il 55% del commercio estero cinese. Nel giro di 3-5 anni, secondo Qu Hongbin, capoeconomista della banca Hsbc a Hong Kong, almeno la metà degli scambi della Cina con le economie emergenti sarà regolata in yuan: si tratta di quasi 2mila miliardi di dollari l'anno, che farebbero della valuta cinese la terza moneta di scambio nel mondo.
Contemporaneamente, le autorità cinesi stanno promuovendo con cautela l'uso dello yuan offshore, avendone liberalizzato l'uso a Hong Kong, dove gli scambi sono passati da zero a 400 milioni di dollari nel giro di pochi mesi. Si tratta di una frazione minima di un mercato valutario globale che tocca ormai i 4mila miliardi di dollari giornalieri di contrattazioni, ma, secondo Norman Chan, governatore dell'Autorità monetaria dell'ex colonia inglese, la Banca centrale del territorio, «è l'inizio di una nuova era». Due multinazionali Usa, come McDonald's e Caterpillar, con importanti interessi in Cina, hanno già emesso obbligazioni denominate in yuan. Persino Jim O'Neill, l'economista di Goldman Sachs oggi presidente della società di gestione di fondi della banca e che ha coniato il termine Bric (Brasile, Russia, India e Cina) per riconoscere l'importanza degli emergenti nell'economia mondiale, trova «un po' strano» l'interesse degli investitori per questi bond, ma lo riconduce all'aspettativa di una rivalutazione del cambio.
Per ora, Pechino ha proceduto sulla strada dell'internazionalizzazione controllata centralmente, senza accelerare sulla piena convertibilità della valuta, cioè il suo uso senza restrizioni che ne farebbe uno strumento appetibile anche come moneta di riserva, prospettiva che secondo molti osservatori resta lontana. Intanto, però, a Pechino non sfugge l'importanza geopolitica di favorire un suo maggior impiego negli scambi commerciali. «L'internazionalizzazione dello yuan - sostiene François Godement, esperto di Asia a Sciences Po a Parigi in un paper per l'European Council on Foreign Relations - contribuirà ad aumentare l'influenza della Cina».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

23/12/2010