Falchi cinesi sulle aziende del Sol Levante

È forse difficile da immaginare, mentre la crisi scatenata dal terremoto è ancora una ferita aperta. Ma i colpi ai bilanci e ai titoli della Corporate Japan potrebbero attirare l'attenzione di investitori internazionali a caccia di opportunità in gruppi che credono sottovalutati e capaci di rilancio durante la ricostruzione, dalle case automobilistiche alle banche. Un «soccorso» finanziario che potrebbe avere un protagonista improbabile, finora rimasto nell'ombra ma che ha già mostrato di saper bruscamente aumentare le posizioni nelle blue chip di Tokio: la Cina, antico avversario.
Pechino, reduce dal sorpasso del Giappone per il secondo posto nelle classifiche mondiali del Pil, negli ultimi mesi ha anche raddoppiato le partecipazioni in grandi società nipponiche. Hanno raggiunto un valore di 20 miliardi di dollari solo grazie a i suoi fondi sovrani, con quote in Mitsubishi Ufj Financial come in Sony. Quote spesso sufficienti a inserire i cinesi tra i primi dieci azionisti, seppur ritenute passive, inferiori al 5%, quindi esenti da traparenza e protette da sigle indecifrabili.
Queste partecipazioni potrebbero lievitare ancora. La Borsa di Tokio ha perso giovedì l'1,4%, dopo un recupero nella seduta precedente e un brusco declino del 16% nei primi due giorni della settimana. Flessioni dominate dalla paura che, se proseguiranno senza che la crisi appaia fuori controllo, potrebbero moltiplicare i corteggiatori di marchi nipponici penalizzati nonostante vantino radici globali e nella crescita asiatica piuttosto che locale. Honda e Toyota, ad esempio, hanno ceduto circa il 7% in poche sedute, Sony il 12 per cento.
Le avance cinesi non sono isolate. Prima del terremoto, un quinto degli investitori istituzionali internazionali interpellati da Deutsche Bank considerava il Giappone tra i mercati più promettenti e programmavva di aumentare l'esposizione. Le azioni nipponiche erano comunque ritenute convenienti: scambiate a multipli di 15 volte gli utili di lungo periodo rispetto a 30 nel 1995. L'esperienza del terremoto di Kobe, proprio del 1995, potrebbe inoltre servire di guida: l'indice Nikkei perse il 25% in sei mesi, ma in un altro semestre recuperò e aggiunse guadagni del 7%. Così fecero singoli titoli, tra cui case d'auto che cedettero fino al 40% per risalire entro 13 mesi.
Da qualche anno, però, i fondi di Pechino sono ormai tra i più attenti osservatori globali del clima d'investimento, con traguardi di diversificazione e espansione. Nell'era del post-crack di Wall Street il fondo sovrano cinese China Investment Corp (Cic) ha reso nota la sua avanzata nella Corporate America: 9,6 miliardi di dollari per quote in 60 marchi del calibro di Apple, Coca-Cola e leader della finanza quali BlackRock e Morgan Stanley. Quote non sempre limitate: nel 2007 e 2008 Cic ha iniettato in Blackstone tre miliardi in cambio del 10% (senza diritto di voto) e in Morgan oltre 5 miliardi per un iniziale 9,9%. Gli investimenti, nel mezzo di sfide ecomiche, sono stati i benvenuti, scevri da passate polemiche.
Simili mosse sono ora plausibili in Giappone. Uno studio di Chibagin Asset Management ha calcolato che fondi cinesi, utilizzando veicoli riconducibili a Cic, in sei mesi l'anno scorso hanno spinto gli investimenti da 624 miliardi di yen a 1.620 miliardi di yen, cioè oltre venti miliardi in dollari. I dati non sanno valutare il ruolo di altri investitori cinesi. Ma il Cic ha da solo vaste capacità d'intervento, anche in futuro: creato nel 2007 per perseguire operazioni più aggressive con una porzione delle riserve valutarie di Pechino, ha un forziere di 332 miliardi. Le sue singole partecipazioni rilevanti già non mancano a Tokio: tra queste l'1,6% in Sony, pari a 41,6 miliardi di yen e all'ottavo posto tra i soci del gigante dell'elettronica. L'investitore, formalmente, è un misterioso Ssbt Od05 Omnibus Account Treaty Clients che avrebbe alle spalle Cic e Safe, il maggior gestore delle riserve di Pechino. Identica sigla compare tra gli azionisti di un crescente numero di società d'elite: accanto a MitsubishiUfj affiorano Canon, Sumitomo e Softbank.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

18/03/2011