Expo di Shanghai il mondo in coda

È fatica arrancare nella piana dell'Expo di Shanghai. Da padiglione a padiglione, anche se eviti le lunghe code con i permessi da delegazione in visita, i 40 gradi e l'umidità si fanno sentire. Non tragga in inganno l'immagine dell'attraversamento. Anche se è un'area due volte e mezzo il Principato di Monaco, siamo nel centro di Shanghai, all'ombra dei grattacieli della city che si stagliano sullo sfondo. Ma la fatica dell'arrancare, se unita a cercare di capire e ragionare, vale la pena. Qui, per quel che valgono i riti della società dello spettacolo delle nazioni nell'epoca della globalizzazione, si sciolgono alcuni nodi concettuali dell'ipermoderno. Per numero di padiglioni-paese, per lo sforzo che tanti hanno fatto di rappresentarsi, si capisce che questa fiera delle vanità, a metà tra parco a tema del mondo e potenza della tecnica e dell'economia, svela un mutamento geopolitico in atto.

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S iamo tutti qui a rendere omaggio alla nuova potenza globale, al nuovo mercato sognato e praticato, a una delle porte d'uscita dalla crisi che serpeggia nelle nostre economie. Non sarà un caso che gli Usa abitualmente restii a partecipare a eventi come l'Expo, convinti come sono che l'Expo del moderno sono loro, hanno negoziato la loro presenza. Così come i padiglioni dei paesi dell'Africa profonda, molti dei quali mai avrebbero avuto risorse per essere presenti, sono stati allestiti dai cinesi che ospitano e si coccolano le delegazioni in visita.
A caccia
di materie prime
L'Expo è anche questo: relazioni geopolitiche che tracciano futuri percorsi alla ricerca di materie prime sempre più scarse e, si sarebbe detto con il linguaggio del 900, nuove strategie "coloniali". Così come se si visitano i padiglioni dei paesi arabi ci si accorge che l'uovo del serpente del fondamentalismo, dello scontro tra culture o religioni, viene tenuto sotto la sabbia da cui si preferisce far emergere la "perla" del petrolio e i grattacieli che competono con quelli cinesi e americani. Il bel padiglione di Israele è lì in mezzo e sullo sfondo appaiono le dune di rame disegnate da Foster per gli Emirati Arabi Uniti.
Parco a tema e fiera delle vanità delle nazioni è l'Expo globale, ma si possono trovare tracce anche delle nuove ideologie post-moderne. Altre da quelle del 900, il nuovo secolo non ne è affatto privo.
La pagoda
delle vanità
L'enorme pagoda-cinese, ovviamente il padiglione più grande, più alto, che rimarrà come simbolo nell'area che si sa già destinata a residenza per i nuovi ricchi di Shanghai, è un contenitore interessante dell'ideologia del nuovo impero che sorge a est. La Cina paese dell'armonia è il titolo del filmato che tocca vedere a milioni di visitatori. Si parte da Confucio e dal confucianesimo, operoso e collante di coesione sociale, si arriva al 1980 e da lì partono i 30 anni gloriosi celebrati con immagini dell'evoluzione di una laboriosa famiglia-tipo cinese. Sullo sfondo, immagini potenti di strade, ferrovie, ponti, grattacieli, fabbriche e automobili. Un mix tra economia e stile di vita che pare abbiano fatto esclamare a un visitatore che se ne intende come l'ex ministro degli esteri e presidente del Consiglio Massimo D'Alema: «Ma della politica cosa resta?».
Lo si capisce prendendo il trenino stile Gardaland che attraversa tutta la pagoda. Ciò che resta è una lunga marcia: dalle tradizioni di un popolo a paesaggi antichi e incontaminati che arrivano all'industrialismo che tutto tiene, e si pone il problema della compatibilità ambientale e della green-economy.
A proposito di green-economy, se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulle retoriche del capitalismo per uscire dalla crisi dei subprime e della finanziarizzazione della vita quotidiana, padiglione per padiglione si accorgerebbe che per tutti il tema dell'ambiente che si fa economia - la manutenzione delle megalopoli, con servizi ambientalmente compatibili, dalle macchine elettriche, ibride, all'idrogeno sino alla ricerca sui nuovi materialie sulle nuove fonti di energia - qui all'Expo di Shanghai è la retorica dominante.
Il messaggio che viene dall'esposizione universale cinese, l'ultima fatta da grandi numeri che celebrano la potenza dell'industria e della tecnica del capitalismo del 900, e la prima dopo e dentro la prima crisi della globalizzazione, là dove il Pil a differenza di altrove continua a crescere, ci dice: green-economy, green-economy, green-economy. Vatti a fidare delle retoriche del capitalismo con le Borse, le monete e i mercati sempre più complessi, intrecciati e incerti. Ma girando per il parco a tema dell'economia globale questo è il messaggio che gli stati del mondo qui convenuti lanciano a se stessi e ai popoli: tranquilli ce la faremo nonostante lo smog, i mutamenti climatici, le risorse scarse, le disuguaglianze, i limiti dei modelli di sviluppo, le megalopoli che crescono e le campagne che si spopolano.
Gli aculei
nel deserto
Dall'enorme pagoda cinese, simbolo della loro fame di futuro, questo è il messaggio che pervade un po' tutti i padiglioni. Unica eccezione nella sua radicalità estetica e concettuale è il padiglione inglese. Un monito a futura memoria per il capitalismo e le generazioni che verranno. Ha la forma stilizzata di un istrice con i suoi aculei oscillanti al vento. Costruito in mezzo alla simulazione di un deserto ove nulla cresce, quando ci entri scopri che ogni asticella dell'enorme istrice contiene un seme della biodiversità del mondo. Attorno le città sono rappresentate dai loro spazi verdi e non dai grattacieli e ciò sembra voler dire che se non conserveremo quella biodiversità il nostro destino sarà il deserto. Da solo vale il viaggio a Shanghai. E ti viene da pensare che nella sua antiretorica come monito alla grande e trionfale Expo cinese andrebbe benissimo, non solo per la sua qualità architettonica, ma anche come idea per aprire l'Expo di Milano 2015, con il suo tema dell'alimentazione, del cibo e della biodiversità da conservare.
Al di là di questa eccezione, concettualmente, lo schema di rappresentazione che caratterizza tutti i padiglioni si basa sulla memoria, la storia e l'identità del paese, il suo celebrarsi nella modernità del 900, chi più chi meno nel cercare di vedersi rappresentare nel nuovo secolo. La triade memoria–modernità-futuro è stata variamente raccontata. Con la potenza dell'hi-tech delle tecnologie virtuali. Dalla Cina che ha animato le antiche pergamene confuciane, al tappeto volante che sorvola dando le vertigini il mare, il deserto e i grattacieli dell'Arabia Saudita. Sino alla tecnologia che permette di vedere in tre dimensioni, senza occhiali, la storia degli Emirati Arabi Uniti: da pescatori di perle, alla "perla" del petrolio sino alle loro moderne città fantasmagoriche.
La fiera
da strapaese
Ovviamente video e immagini bombardano i visitatori del padiglione giapponese e coreano. Trovate da parco a tema fanno da promozione turistica ad Austria e Svizzera. A proposito di potenza geopolitica, fa senso trovare la commissione europea rappresentata burocraticamente nel padiglione del Belgio tra patatine fritte e cioccolato Godiva. Meglio il design povero dei paesi del Magreb o dei Caraibi o il padiglione iracheno che si sforza di rappresentarsi partendo da Babilonia e arrivando a un futuro incerto.
L'effetto "fiera di paese globale" è un rischio sempre presente in ogni Expo, e anche a Shanghai non manca in tanti padiglioni ove il tema better city better life non trova cittadinanza e rappresentazione. Dove è trattato con più equilibrio è nel padiglione canadese. La memoria sta nel fuoco degli antenati indiani del Nord America, nell'acqua che scorre disegnando figure, nella velocità di un delizioso cartone animato di vita urbana, nella rappresentazione del bilancio-tempo di due donne, dall'alba alla notte. Attraversando questo padiglione si sente che che è possibile fare better city e better life.
Infine rimane da chiedersi come si è portata l'Italia in questo circo globale. Bene direi. Siamo uno dei padiglioni più visitati. I numeri ci collocano tra i primi tre o quattro dell'Expo. C'è chi ha subito detto che è facile fare i numeri con i contadini cinesi, aggiungendo che si è rappresentato il solito Belpaese da esportazione. Dal Palladio alla cupola del Brunelleschi, dalla Ferrari alle scarpe, dalla pasta al vino, dal design del Salone del mobile ai robot della meccatronica e così via. Tutto vero.
La nostra memoria è nella città ideale del Rinascimento, il presente piaccia o non piaccia sta nel made in Italy, il futuro, better life, nelle nostre cento città, nell'Italia borghigiana che non sarà mai megalopoli. Potrà diventare città infinita da un borgo all'altro, da una città all'altra, ma mai megalopoli. Utile rappresentazione per un mondo che avrà, a partire dalla Cina, nel rapporto tra città e campagna, tra metropoli e contado, il nodo gordiano dell'ipermodernità che avanza. Più che sull'hi-tech si è puntato sull'hi-touch, più che sulla potenza della simultaneità virtuale, sulla dolce concretezza della prossimità, mettendo in mostra oggetti, le cose belle del made in Italy compresa l'enorme scarpa dove i cinesi si nascondono e si fanno fotografare più che davanti alla Ferrari.
L'orchestra
sospesa nel vuoto
Attraversando il made in Italy si arriva in piazza Italia con sulle pareti l'orchestra della Scala sospesa in aria e gli abiti degli stilisti. Al centro la cupola del Brunelleschi attraversata da una scala mobile con a fianco la città metafisica di de Chirico. Da lì si arriva nella campagna del grande ulivo e del campo di grano sospeso al soffitto per poi congedarsi con Milano e l'Expo 2015, dove se si conserva la memoria dell'immagine dell'istrice della biodiversità può sembrare poca la struttura leggera, gli orti e i canali progettati oggi per la nostra Expo. Pensiamoci. Perché lasciando l'Expo cinese si ha ben chiaro che Milano non potrà competere con Shanghai né per numeri, né per potenza economica e geopolitica, né per spazi e logistica. In tre anni loro hanno costruito 15 metropolitane, due ponti e due autostrade per arrivare all'Expo. Se avremo qualcosa da dire sarà sul piano delle idee e della loro rappresentazione, imparando proprio dalla radicalità estetica e concettuale dell'istrice. Occorrerà andare oltre il made in Italy, che va bene per rappresentare l'Italia in Cina ma non basta per discutere con il mondo del grande tema dell'alimentazione, della qualità della vita e dell'ambiente che verrà. Di green-economy e di green-life, appunto. Di un altro mondo possibile.
bonomi@aaster.it
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IN VETRINA

154 I PADIGLIONI

Dal 1° maggio e fino al 31 ottobre è possibile visitare all'Expo di Shanghai i 154 padiglioni che si concentrano sul tema Better city better life. Gli stand, situati sulle rive del fiume Huangpu sono stati allestiti dai 189 paesi partecipanti e da 57 organismi e aziende. Il padiglione più costoso è quello dell'Arabia Saudita, per il quale sono stati investiti 164 milioni di dollari.

5,3 kmq LA SUPERFICIE
L'area dell'Expo 2010 è di circa 5,3 chilometri quadrati. Cinque le zone: zona A col padiglione cinese e quelli asiatici; zona B con gli stand dei paesi del Sud-est asiatico, dell'Oceania, delle organizzazioni internazionali, il World Expo Centre e un teatro per gli spettacoli; zona C con gli spazi di America, Europa e Africa più un parco di divertimenti; zona D per esposizioni pubbliche; zona E con gli stand delle aziende.

70 milioni I VISITATORI

Gli organizzatori dell'Expo di Shanghai prevedono in sei mesi un afflusso di 70 milioni di visitatori. Il padiglione italiano conta di chiudere la manifestazione con 5 milioni di visitatori: buoni fin dai primi giorni i riscontri per lo stand tricolore con 70mila persone in 48 ore di apertura al pubblico. Il visitatore è accolto dall'ideogramma della parola «felicità» e dal proscenio del Teatro Olimpico di Vicenza di Andrea Palladio.

40 miliardi GLI INVESTIMENTI

Il governo cinese non ha badato a spese per l'Expo di Shanghai. Oltre 40 miliardi di euro per organizzare la manifestazione, di cui 3 per la costruzione dell'area espositiva (il doppio rispetto a quanto Pechino ha speso per l'Olimpiade). Dopo il 31 ottobre, Shanghai sarà una città più moderna, più efficiente, più cosmopolita e più verde, con nuove linee della metropolitana, nuovi terminal aeroportuali e nuovi ponti.

17/08/2010