EX MEMBRI DEL PCC SI RIBELLANO ALLA CENSURA

EX MEMBRI DEL PCC SI RIBELLANO ALLA CENSURA

 Roma, 13 ott.- Basta con la censura dei media. La richiesta non rappresenta certo una novità in Cina, ma questa volta non arriva né dal web né da dissidenti in carcere, bensì da esponenti di rilievo del mondo culturale e politico cinese che hanno deciso di ribellarsi "all'imbarazzante" silenzio imposto dal governo tramite una lettera aperta indirizzata al Comitato centrale dell'Assemblea Nazionale del Popolo. Dopo il Nobel per la pace a Liu Xiaobo, per Pechino si apre un nuovo spinoso capitolo. E a complicare ulteriormente le cose - e a fare della lettera un caso particolare - il fatto che su un totale di 500 firme, il 90% arriva da ex membri del partito comunista. Li Rui, ex segretario di Mao Zedong allontanato per aver criticato il Grande Balzo in Avanti - il disastroso programma di sviluppo economico ideato dal Timoniere nel periodo 1958-61-  e Zhong Peizhang, ex presidente del Dipartimento centrale di Propaganda, sono tra i primi nomi che saltano all'occhio scorrendo l'elenco dei firmatari. Ma il disappunto arriva anche dal mondo della stampa tanto che in cima alla lista spiccano i nomi di Hu Jiwei, Yu You e Li Pu rispettivamente ex editori del People's Daily, del China Daily e dell'agenzia di stampa nazionale Xinhua.


La lettera – pubblicata sulla piattaforma blogger sina.com e che il South China Morning Post assicura avere "toni forti" -  apre citando l'art. 35 della Costituzione che "garantisce a tutti i cittadini libertà di espressione, di pubblicazione, di riunione, di associazione e di manifestazione". Diritti che dopo 28 anni esistono sulla carta, ma non nella realtà, lamentano i 23 firmatari. "L'assenza della libertà di espressione deve essere considerata uno scandalo nella storia della democrazia" si legge nel testo cui segue: "La democrazia socialista con caratteristiche cinesi che tanto viene propagandata dal nostro Paese sta diventando sempre più imbarazzante".  "Negli ultimi dieci anni l'ambiente dell'informazione ha subito un pesante deterioramento – ha dichiarato nel testo l'autore della lettera Tie Liu -. Radio, TV, carta stampata e internet sono altamente controllati e le persone non hanno più accesso all'informazione". A queste persone non resta che un solo canale: quello dei media esteri o di Hong Kong "dove i diritti di espressione sono ancora garantiti". E sempre nell'ex colonia inglese è possibile trovare molti libri ritenuti 'sensibili' da Pechino che, secondo il gruppo dei 23, dovrebbero essere reperibili anche in Cina.

 


In Cina la macchina della censura è talmente ben oleata che, si legge ancora nel testo, a cadere sotto la sua supervisione, non sono solo quelle informazioni che potrebbero mettere in cattiva luce il partito, ma anche lo stesso premier Wen Jiabao le cui promesse di riforme politiche menzionate nel corso dei suoi interventi a Shenzhen e a New York in occasione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, sono state completamente eclissate dalla Xinhua, agenzia sotto il diretto controllo del governo. "Che diritto ha il Dipartimento centrale di Propaganda di porsi al di sopra del Comitato centrale del PCC o del Consiglio di Stato?" chiedono i 23 firmatari che non hanno esitato a definire l'episodio "oltraggioso".

 

A conclusione della lettera una proposta di modifica in otto punti tra i quali una maggiore indipendenza dei media di stato dalle autorità centrali; un maggior rispetto e tutela dei giornalisti, il divieto agli amministratori web di cancellare post di utenti a meno che non ledano la privacy dei cittadini e garantire a tutti la libertà di conoscere gli errori e i crimini commessi dai membri del partito in carica. E mentre molti pensano già a un collegamento tra la lettera aperta e il caso Liu Xiaobo, il gruppo dei firmatari provvede a smentire le voci dichiarando di aver iniziato a lavorare alla protesta scritta già prima dell'annuncio del conferimento del Nobel per la Pace ispirati dal caso del reporter Xie Chaoping. A metà agosto Xie è stato prelevato dalla polizia dello Shaanxi e incarcerato a 1.000 chilometri di distanza con l'accusa di "coinvolgimento in affari illegali". Ma il motivo reale, secondo il giornalista, riguarderebbe la pubblicazione di un libro in cui egli ha denunciato la corruzione diffusa tra i funzionari responsabili di un progetto di trattamento delle acque. Il reporter è stato rilasciato 30 giorni dopo il suo arresto per "mancanza di prove", ma è ancora in attesa di processo previsto per il prossimo anno.


di Sonia Montrella

 

 

 

 

 

 

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