Euro oltre la soglia di 1, 50 dollari

Riccardo Sorrentino
«A ogni flessione, consigliamo fortemente di acquistare euro»: quando le indicazioni degli analisti sono queste, non può meravigliare che la moneta comune superi di slancio quota 1,50, come ha fatto ieri, e minacci di apprezzarsi ancora.
In quel consiglio per gli acquisti, c'è davvero tutto. L'attuale conformazione del mercato, innanzitutto, in cui le valute si muovono senza dar troppa importanza ai fondamentali. Ieri la giornata era particolarmente vuota di dati macroeconomici - che in questa fase si trasformano sul valutario in pretesti operativi, più che in vere motivazioni per cambiare strategia - eppure questo non ha impedito all'euro di spingersi fino a 1,5041, superando anche l'ultima resistenza fornita da alcuni contratti derivati, le option, che invitavano a comprare dollari appena prima di quota 1,50.
L'unica novità della giornata ad avere un'eco sul valutario è giunta dalla Gran Bretagna, dalla Banca d'Inghilterra (BoE) e riguardava la politica monetaria. I verbali dell'ultima riunione, pubblicati ieri, hanno mostrato che i banchieri centrali di Londra hanno votato all'unanimità il mantenimento dell'attuale programma di acquisti di titoli di Stato e altri asset finanziari, il quantitative easing. Gli investitori pensavano che qualcuno intendesse espanderli ulteriormente, mentre è emersa al contrario qualche preoccupazione sugli effetti della massa di denaro "fresco" che, in questo modo, la BoE mette in circolazione nell'economia. Anche la sterlina, ultimamente in sofferenza, è così balzata verso l'alto, spingendosi ai massimi da un mese a quota 1,6635 dollari.
Questa è una conferma importante. Gli investitori hanno ben capito - e ne anticipano gli effetti - che il quantitative easing è, o almeno comporta come conseguenza ineludibile, una forma di svalutazione. Persino competitiva, a svantaggio dei partner commerciali. E oggi non a caso sono le monete delle economie che promettono di abbandonare quella politica più tardi possibile a calare più rapidamente: il dollaro innanzitutto, che ieri, in questa corsa a chi arriva ultimo, ha "superato" anche la sterlina.
L'euro - che non ha un vero quantitative easing alle spalle - paga invece per tutti: è sulla moneta comune che si scaricano tutte le tensioni. Continuerà quindi a salire, con uno sgradevole effetto: «Tra sei-nove mesi a partire da ora, questo rialzo inizierà a colpire la ripresa di Eurolandia, nel momento della sua maggiore fragilità», spiegava ieri Marco Annunziata di Unicredit. Ecco perché il mondo politico europeo, e la stessa Bce - sia pure con il suo particolare linguaggio "da banca centrale" («siamo contrari ai movimenti bruschi e all'eccessiva volatilità») - sono già in allarme. Ieri anche il vice ministro italiano allo Sviluppo economico, Adolfo Urso, è intervenuto sul tema giudicando «una cattiva notizia e una fonte di preoccupazione per il nostro export verso Usa e Cina» lo sfondamento di quota 1,50.
L'unica consolazione è che l'euro forte compensa un po' il rialzo del petrolio, che ieri ha sfiorato quota 83 dollari prima di chiudere ai massimi da un anno sopra gli 81 dollari; ma in questa fase gli svantaggi superano i vantaggi. È molto difficile, però, che gli europei da soli possano fare qualcosa per invertire il corso della valuta: il tentativo di coinvolgere i Grandi, al G-20 e al G-7, è fallito e un intervento unilaterale per deprezzare l'euro si trasformerebbe in una débâcle.
La situazione però è pericolosa davvero. Per tutti, anche per gli Stati Uniti che, con il dollaro debole, sperano di rivitalizzare le loro esportazioni. Il consiglio degli analisti - "Comprate! al minimo calo, comprate!" - segnala che sul dollaro (e sull'euro) la scommessa sta diventando a senso unico. Si punta al ribasso, e basta. Sul mercato stanno quindi venendo a mancare forze in grado di controbilanciare gli eccessi. È già accaduto, e non sempre è finita bene.
riccardo.sorrentino@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

22/10/2009