Est Europa nel mirino della Cina

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Prima il sudest asiatico. Poi l'Africa e il Sudamerica. Ora l'Europa orientale. Dopo aver riallacciato fruttuose relazioni con una serie di paesi con cui in passato aveva parlato lo stesso linguaggio del mondo emergente e non allineato, ora la Cina prova a rimettersi in sintonia con quella parte del pianeta con cui aveva condiviso l'esperienza politica del marxismo-leninismo.
Dopo aver visitato la Slovacchia, al termine del vertice dei paesi Bric di Ekaterinburg, ieri il presidente cinese Hu Jintao è andato in Croazia, accompagnato da 250 imprenditori. In entrambi i casi, si è trattato del primo viaggio ufficiale di un leader cinese nelle due nazioni nate nei primi anni 90 dopo il crollo del blocco comunista.
Dai vecchi tempi dell'amicizia (a fasi alterne) di Pechino con le nazioni d'oltre cortina, le cose sono parecchio cambiate. Bratislava e Zagabria hanno detto addio alla pianificazione e si sono incamminate rapidamente sulla via dell'economia di mercato. Pechino ha fatto lo stesso, ma senza mai rinnegare l'impianto ideologico da cui trae legittimità l'attuale classe dirigente cinese.
Questa mutazione parallela consente oggi a leader ormai separati da un abisso politico e culturale di riuscire a parlare ancora un linguaggio comune: quello degli affari. Croazia e Slovacchia sono due piccoli paesi europei, poveri di materie prime e caratterizzati da industrie di trasformazione, che sotto il profilo economico hanno poco da offrire alla Cina.
Eppure, anche se il tornaconto dell'amicizia con questi mini-stati è potenzialmente modesto, il viaggio centro-europeo di Hu Jintao potrebbe avere un importante significato strategico. Con la visita in Croazia e Slovacchia, infatti, Pechino ripianta una bandierina che sembrava ormai perduta per sempre in un'area storicamente calda del Vecchio continente.
Il dividendo dell'operazione è incerto. Nel lungo termine, le strette di mano dispensate in questi giorni da Hu a Bratislava e a Zagabria potrebbero risultare inutili sia sul piano politico che sul piano economico. Ma potrebbero anche rivelarsi decisive se, per esempio, come accade ormai quotidianamente in Europa e negli Stati Uniti, qualche pezzo importante dell'industria croata o slovacca dovesse finire sul mercato.
Per Zagabria, l'interesse è molto più immediato. «La Croazia ha bisogno degli investimenti cinesi», ha detto il presidente della camera di commercio Nadan Vidosevic. Tra i due stati esiste dal 2005 un accordo di cooperazione generale finora limitato all'import di prodotti cinesi per 1,3 miliardi di euro. Zagabria spera soprattutto nell'intervento di Pechino nelle sue infrastrutture, come la ricostruzione dell'aeroporto della capitale.
Oggi i cinesi sono i ricchi del mondo e nessuno paga bene come loro. Come dimostra l'affare Chinalco-Rio Tinto, cedere o non cedere alle loro lusinghe è solo una questione politica.
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21/06/2009