ELEZIONI HONG KONG: CONSIGLIO LEGISLATIVO DIVISO

ELEZIONI HONG KONG: CONSIGLIO LEGISLATIVO DIVISO

Pechino, 17 mag.- Sono state un'espressione della volontà popolare? Si è trattato di un fallimento? Le elezioni per l'assegnazione di cinque seggi al Consiglio Legislativo di Hong Kong si sono chiuse ieri con la riconferma dei candidati favoriti e una sola, limpida certezza: la divisione sempre più netta tra il fronte pan-democratico e quello pro-Pechino. Per decifrare la complessa politica di Hong Kong bisogna prima addentrarsi nella sua storia: nel 1997 questa metropoli da quasi 7 milioni di abitanti, da sempre uno dei principali centri dell'economia asiatica, viene restituita alla Cina dopo 99 anni di dominio britannico e acquisisce lo status di Regione Amministrativa Speciale. Sulla base del principio "Un paese- due sistemi", Hong Kong mantiene una forte autonomia amministrativa e batte una sua moneta, pur rimanendo vincolata alle decisioni di Pechino su tutte le questioni di politica estera. Come si configura, nel concreto, il "sistema Hong Kong"? La città ha una sorta di costituzione (la "Hong Kong Basic Law") che garantisce ai cittadini dell'ex colonia britannica numerose libertà civili sconosciute in Cina; il sistema elettorale, però, prevede che solo la metà dei 60 delegati che siedono nel consiglio legislativo venga eletta direttamente dal popolo, mentre l'altro 50% è nominato da commissioni corporative rappresentative di tutti i settori dell'economia. Le elezioni di ieri sono frutto dei calcoli politici del fronte democratico: con le loro dimissioni, nel gennaio scorso, cinque candidati di vari partiti democratici (Civic Party e League of Social Democrats) hanno puntato a caricare le consultazioni per i cinque seggi lasciati vacanti di un significato più ampio, trasformandole in una sorta di referendum de facto per spingere verso una riforma del sistema elettorale. Quello che, nelle intenzioni dei democratici, avrebbe dovuto rappresentare "il più forte messaggio politico rivolto da Hong Kong a Pechino dal 1997" non sembra avere completamente centrato il bersaglio: i cinque consiglieri dimissionari sono stati tutti rieletti e hanno sconfitto i semi-sconosciuti sfidanti dei partiti pro- Cina; ma l'affluenza alle urne è stata del 17% degli aventi diritto al voto, ben al di sotto dell'obiettivo del 25% che gli attivisti si erano prefissati. "Dopo una serie di boicottaggi del governo, più di 500mila persone hanno votato a sostegno della nostra campagna per il suffragio universale- ha dichiarato il leader del Civic Party Audrey Eu Yuet-mee- e pertanto riteniamo il risultato soddisfacente". "Questo è un movimento di massa - ha detto un altro esponente democratico, Alan Leong - e finché un movimento di massa riesce a mobilitare la gente, significa che riscuote successo". Il capo del governo di Hong Kong Donald Tsang  Yam-kuen, vero obiettivo delle contestazioni degli attivisti, sostiene che i cittadini debbano lasciarsi alle spalle queste elezioni e guardare avanti: "Dato che la maggioranza non ha partecipato alle consultazioni, si può desumere che non fossero necessarie. Si è trattato di uno spreco di denaro pubblico. Adesso chiedo all'opposizione di sostenerci sul pacchetto di riforme che vogliamo lanciare per il 2012". L'attuale governo di Hong Kong punta ad aumentare da 60 a 70 il numero dei  consiglieri, pur mantenendo il suffragio universale solo per il 50% dei posti; una riforma che per il fronte democratico dimostra quanto l'amministrazione Tsang sia succube delle disposizioni cinesi. Secondo molti commentatori e analisti politici di Hong Kong, la spallata al governo progettata dagli attivisti non c'è stata, e i funzionari di Pechino possono dormire sonni tranquilli. Almeno fino alle votazioni del 2012: il fronte democratico, infatti, possiede i numeri sufficienti per paralizzare le riforme proposte da Donald Tsang.


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