È scontro su cambi e commercio

Una guerra a basso potenziale, che forse non deflagrerà in conflitto aperto, ma che vivrà di imboscate e dispetti, e farà sicuramente una vittima illustre: la tanto attesa, e invece ancora lontana, stabile ripresa economica. L'ultimo episodio giunto a seminare zizzania sullo scacchiere mondiale, e a innescare una probabile spirale di rappresaglie protezionistiche, è di ieri. Gli Stati Uniti hanno deciso di avviare un'inchiesta sulle accuse mosse dallo United Steelworkers, il maggiore sindacato americano del settore industriale, secondo cui Pechino avrebbe concesso aiuti illeciti alle aziende cinesi nel settore delle energie rinnovabili, in particolare dell'eolico e del solare, violando gli obblighi imposti dalla World Trade Organization. Sullo sfondo, come ormai da molti mesi, il dramma dell'occupazione americana: «Per gli Stati Uniti il settore delle energie rinnovabili è di vitale importanza – ha detto il segretario Usa al Commercio estero, Ron Kirk – le tecnologie pulite saranno un motore per la crescita dell'occupazione».
La lite sugli aiuti all'industria ambientale rischia di peggiorare i rapporti tra Usa e Cina, già tesi per la politica valutaria di Pechino che rimane sorda agli appelli sulla necessità di riequilibrare il cambio dello yuan. Intanto, in quella drôle de guerre che appare il braccio di ferro sulle valute, si registra l'ennesimo episodio di attendismo. È stata infatti rinviata a novembre, dopo il summit del G-20 in programma a novembre in Corea del Sud, la pubblicazione del rapporto del Tesoro americano sulle politiche valutarie dei principali partner commerciali dell'America, Cina compresa (si veda articolo accanto). Prima del rinvio, Pechino aveva messo le mani in avanti: gli Stati Uniti non devono fare dello yuan «il capro espiatorio» del loro problemi economici, ha dichiarato il portavoce del ministro cinese del Commercio estero, Yao Jian.
Ma il braccio di ferro sulle valute è una storia di respiro mondiale, che non vive solo del confronto Usa-Cina. Sullo sfondo ci sono le più importanti nazioni emergenti, alle strette perché terra di sbarco di un forte flusso di capitali internazionali in cerca di remunerazioni più interessanti di quelle assicurate dai tassi vicini allo zero dell'ex mondo avanzato. Questo flusso sta pilotando le loro valute verso l'alto, e sta minacciando il loro export, la loro crescita economica e, alla lunga, la loro tenuta sociale.
Si spiega così la stangata fiscale in Thailandia sugli utili che gli investitori esteri ottengono trattando obbligazioni locali. Prima era stato il Brasile a raddoppiare al 4% la tassazione sugli investimenti esteri in bond e altri strumenti finanziari. Anche la Reserve Bank of India, tradizionalmente riluttante a intervenire sul mercato dei cambi, ha dovuto mettere a freno la rupia, e potrebbe replicare la manovra in vista della più grande Ipo in preparazione sul mercato indiano, quella di Coal India, che rischia di fare arrivare nel Subcontinente investimenti stranieri per miliardi di dollari.
Secondo il ministro sudcoreano delle Finanze, Yoon Jeung-hyun, il padrone di casa del summit che vedrà la settimana prossima protagonisti i ministri finanziari del G20, e l'11-12 novembre i leader, le tensioni tra paesi avanzati e paesi emergenti sulle valute stanno crescendo, e potrebbero sfociare in barriere commerciali. Il rischio è quello di una escalation del protezionismo, di una raffica di accordi bilaterali, e di una crisi del già fragile consenso sui processi e sui possibili vantaggi della globalizzazione.
A otto anni dal lancio, il Doha round, che si era posto la fine del 2010 come traguardo per trovare un aggiornato assetto multilaterale alle regole del commercio internazionale, è in pieno stallo. La possibile ondata di neoprotezionismo che può essere sollevata dalle baruffe valutarie può rivelarsi ora un ostacolo insormontabile. La World Trade Organization suona l'allarme per evitare il cortocircuito tra crisi economica, guerra valutaria, misure protezionistiche e peggioramento della recessione. «Quello che dobbiamo assolutamente evitare è un effetto domino delle misure protezionistiche» ha dichiarato ieri a Londra il direttore generale della Wto, il francese Pascal Lamy.
Il fallimento delle trattative multilaterali ha impresso velocità agli accordi bilaterali e regionali. Ora le liti valutarie rischiano di sancire nuove alleanze commerciali tra due paesi o gruppi di paesi, rafforzando una tendenza già in atto da anni. Secondo il Global Trade Alert, la ricerca del Centre for Economic Policy di Londra sullo stato degli ostacoli al commercio internazionale, le misure protezionistiche imposte dalle maggiori potenze commerciali aumentano nonostante la promessa fatta dai leader del G20 di mantenere i mercati aperti e trasparenti. Secondo il rapporto, le misure protezionistiche introdotte da quando, nel novembre 2008, si tenne il primo summit del G20 legato alla crisi economica internazionale, quando i leader promisero di evitare di risolvere i problemi interni attraverso il ricorso a misure tariffarie e non tariffarie, sono state almeno 650.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Le sfide europee a Pechino
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Gli Stati Uniti hanno imposto dazi su prodotti cinesi o avviato ricorsi alla Wto. I prodotti al centro delle dispute sono gli pneumatici, l'acciaio, il pollame. Nel mirino degli Usa anche i dazi cinesi sull'export di materie prime, e gli standard cinesi utilizzati per le produzioni alimentari e per i giocattoli L'autotutela della Cina
Pechino pubblica più di 10mila requisiti standard per prodotti all'anno, alcuni concepiti con l'evidente intenzione di mantenere gli stranieri lontani dal mercato. La Cina adotta anche una politica che porta a favorire le aziende domestiche nelle grandi commesse pubbliche del valore di miliardi di dollari

16/10/2010