Due spine per i consumatori asiatici

Micaela Cappellini
In Thailandia otto persone su dieci hanno un telefonino. In Malaysia ogni abitante ha in tasca 3,5 carte di credito. Un cinese di città su due ha a casa il pc, e si contano sulle dita di una mano quelli che nel bagno ancora non hanno la lavatrice. È la classe media d'Asia, bellezza. Un esercito in lenta ma inesorabile crescita. Secondo la Banca mondiale, nel 2000 rappresentava l'1,4% della popolazione mondiale, ma fra vent'anni sarà l'8,9% e nelle tasche avrà il 7,7% del reddito globale. Tutto da spendere.
La buona notizia è che buona parte di questa disponibilità al consumo migrerà nelle tasche delle aziende occidentali più abili a intercettare i bisogni di questa classe media emergente, e a sbarcare sui loro mercati col prodotto giusto. La cattiva notizia è che la crisi ha colpito anche loro, i benestanti del Far East, ragion per cui la loro crescita ci sarà, ma sarà minore, o addirittura subirà una battuta d'arresto nel breve termine.
Dimenticatevi il cosiddetto effetto decoupling, la sostituzione cioè con un consumatore emergente di ogni consumatore perso in Occidente, in modo tale che nulla cambi sul piatto di portata. Ma dimenticatevi anche che abbiano un effetto dirompente le politiche di sostegno alla domanda interna lanciate da alcuni di questi paesi, Cina in testa, per rispondere alla crisi e alla caduta delle esportazioni. Perché è vero, i soldi pubblici sosterranno i consumi, ma dall'anno prossimo si trasformeranno in tasse che andranno a gravare proprio sulla classe media. Con il risultato appunto che proprio questo ceto andrà in affanno.
A puntare il dito contro un effetto collaterale della grande campagna per il rilancio della domanda interna asiatica sono gli analisti di Deutsche Bank Research: «La classe media asiatica sarà colpita dalla crisi e non può così trasformarsi nel rimedio alla recessione tanto auspicato dalle aziende occidentali», riassume Rachna Saxena, una delle autrici dell'analisi DB Research.
Ma non c'è solo il problema delle tasse, che presenteranno il conto dall'anno prossimo. C'è anche la disoccupazione, a diminuire gli introiti delle famiglie della classe media: l'Asia non è solo la fabbrica del mondo, è anche ceto impiegatizio, colletti bianchi, logistica, servizi finanziari, ricerca industriale, persino amministrazione pubblica. E a dicembre il governo sudcoreano ha annunciato tagli per 19mila posti di lavoro in 69 compagnie statali, tanto per fare un esempio. La crisi vuole anche dire poche prospettive di alleggerire con soldi pubblici i costi dell'istruzione. Un problema, in un paese come la Cina, dove per mandare un figlio all'università per un anno se ne va in media la metà dell'intero reddito familiare.
Tutto questo porta a un'unica conclusione: il potenziale della classe media asiatica va salvaguardato. Anzi, va sostenuto, aggiungono gli analisti di McKinsey, che negli stessi giorni dei loro colleghi tedeschi hanno pubblicato uno studio dedicato al consumatore cinese. Che potrebbe spendere di più, molto di più. Dal 36% del Pil del 2005 - pari a 8mila miliardi di dollari - si potrebbe arrivare a un 45-50% nel 2025.
Tra i fronti di miglioramento c'è senza dubbio il credito. Bank of China ha aperto un ufficio crediti soltanto tre anni fa, e nel 2005 solo 400mila negozi in tutto il paese accettavano le carte di credito. Oggi i negozi sono triplicati, ma la Cina è fra i paesi asiatici dove le carte di credito sono meno diffuse: ce ne sono 0,9 per ogni abitante, contro le 4,6 a testa della Corea del Sud, le 6,6 di Taiwan e le 3,5 della Malaysia. La classe media cinese potrebbe poi aumentare le proprie disponibilità con il capitale di rischio: oggi solo il 2% del reddito familiare viene investito, col risultato che il guadagno da asset finanziari per le famiglie rappresenta lo 0,5% del reddito disponibile, contro una media Usa del 3,1%.
Nelle città cinesi ogni casa ha più di un televisore e più di un telefonino, ma il consumatore cinese spende solo 50 dollari all'anno in elettronica: la media fra i primi dieci mercati al mondo è di 200 dollari. Qui e bon solo, il ceto medio ha ancora un po' di strada da fare.
micaela.cappellini@ilsole24ore.com
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08/09/2009