DIRITTI UMANI "MADE IN CHINA"

DIRITTI UMANI "MADE IN CHINA"

Pechino, 5 ott.-  La notizia è arrivata come un ospite inatteso, di quelli che potrebbero rovinare un incontro pianificato da tempo, mentre il premier cinese Wen Jiabao si trova a Bruxelles per il vertice Unione europea- Asia: Liu Xiaobo, il dissidente cinese numero uno, è tra i candidati al Premio Nobel per la Pace. Proprio quando Pechino e Bruxelles trattano sul riconoscimento dello status di economia di mercato e sulla fine di un bando sulla vendita di armi leggere alla Cina che dura da ventuno anni –dalla strage di Tian an Men- ecco che ritorna il solito convitato di pietra: la questione dei diritti umani nel paese più popoloso del globo, la cui economia consegue ogni anno record sempre più sorprendenti. Impossibile al momento sapere se Liu, una lunga storia di militanza che comincia proprio a Piazza Tian'an Men, condannato definitivamente a 11 anni di reclusione nel febbraio scorso per "propaganda e istigazione ad attività antirivoluzionarie" in seguito alla stesura del controverso manifesto "Charta 08" per una riforma dello stato cinese in senso pluripartitico, otterrà il riconoscimento. Pechino aveva smentito con insistenza le voci di pressioni esercitate sulla Norvegia per bloccare la candidatura del dissidente, e aveva contribuito da sola a riaprire in qualche modo la partita già qualche settimana prima la decisione di Oslo. "La causa dei diritti umani è stata promossa a 360 gradi": l'affermazione, stentorea come i volti delle statue degli eroi operai dei monumenti di Piazza Tian'an Men, accompagna la diffusione del rapporto "Progressi nei diritti umani in Cina-2009", pubblicato qualche giorno fa a Pechino dall'Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato.

 

Ad una prima occhiata, che il governo cinese abbia dato tale risalto all'iniziativa, potrebbe già sembrare di per sé una notizia: il processo, in realtà, era iniziato già l'anno scorso, con il varo di un piano nazionale per elaborare il documento. La posizione ufficiale di Pechino su un argomento così spinoso che, da sempre, costituisce un punto dolente delle sue relazioni internazionali, è essenzialmente quella riassunta a Berlino dal viceministro degli Esteri Fu Ying qualche mese fa: "La Cina si oppone ai tentativi dell'Occidente di imporre i suoi standard- aveva detto Fu-  e sta gradualmente assorbendo quelle idee di diritti umani che possono essere accolte e germogliare sul suo suolo. Ma trovo contraddittorio e illogico che i governi occidentali riconoscano il successo economico cinese e gli sforzi sostenuti per contrastare la crisi finanziaria, per poi mostrarsi ciechi sui nostri progressi in questo campo. La Cina non ha raggiunto questi risultati nella totale anarchia, ma solamente sotto l'impulso del governo e del Partito Comunista". Come dire: "Non disturbare il conducente", o anche "Ricordatevi che popoli differenti fanno scelte diverse", per parafrasare i vecchi versi libertari di Lou Reed .

 

Quali sono allora i progressi elencati in questo dossier a lungo atteso, che occupa più di una ventina di cartelle fittissime? Grande enfasi viene data alla situazione su internet, ricordando come sia diventata "pratica comune" per i governi di "ogni livello" consultare la popolazione sulle decisioni da prendere attraverso la rete. Molti osservatori esterni dipingono un quadro diverso: è il caso ad esempio del recente rapporto SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) sui nuovi attori della politica estera cinese, che ricorda come i risultati delle consultazioni vengano recepiti solo nel caso in cui le indicazioni siano univoche; quando l'opinione popolare mostra una polarizzazione, invece, la politica prosegue dritta per la sua strada. Una visione condivisa anche da Ivan Franceschini, sinologo, co-autore del libro "Germogli di società civile in Cina": "La situazione è più o meno quella tratteggiata dal SIPRI, ma non tutte le opinioni sono uguali. Uno dei casi più interessanti è rappresentato dalla consultazione sulle nuove norme sui contratti di lavoro, nel 2006. Il governo ricevette 192mila commenti, per la maggior parte di gente comune: in quell'occasione si è visto come alcune opinioni pesano più di altre, perché all'inizio la prima bozza introduceva per i lavoratori garanzie più forti rispetto a quelle che poi sono state effettivamente concesse; ma fra questi numerosissimi commenti sono giunti anche quelli di associazioni di categoria, camere di commercio,  e in quell'occasione il governo ha scelto di tenere conto dell'opinione di questi ultimi attori. Poi, di sicuro, la leadership cinese può scegliere di lanciare queste consultazioni, ma non è tenuta ad alcun vincolo".

 

Le ragioni di pubblicazione del libro bianco, secondo Franceschini, sono più esterne che interne: "La mossa di pubblicare il Libro Bianco sui diritti umani secondo me va di pari passo con quella di pubblicare un dossier cinese sui diritti umani negli Stati Uniti, che viene messo a punto già da diversi anni, e mi sembra diretta più all'esterno che all'interno. Molti amici cinesi, con una battuta, hanno detto che bisogna stupirsi del fatto che sia uscito anche in mandarino, visto che probabilmente la versione che la politica aveva più a cuore era quella in inglese. Non si tratta di propaganda interna, ma ritengo invece che sia diretto a un altro tipo di audience. Tralasciando il caso di Liu Xiaobo, che ha sempre lanciato messaggi molto provocatori, il giro di vite su altri attivisti, attivisti in senso stretto, non lascia trasparire molto ottimismo su progressi veloci. La mia sensazione è questa: la diffusione di un dossier simile da parte del governo significa che c'è una preoccupazione dall'alto verso certi fenomeni, che forse non sono più così marginali. Ecco allora che forse un Libro Bianco sui Diritti Umani può essere interpretato come una reazione più decisa verso queste istanze sempre più diffuse".

 

di Antonio Talia

 

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