Dazi europei per l'acciaio made in China

Cristina Casadei
MILANO
Dopo l'attacco americano all'import cinese dei giorni scorsi, ieri è arrivata anche l'offensiva europea. I ministri della Competitività della Ue, riuniti a Bruxelles, hanno infatti deciso di introdurre dazi antidumping per cinque anni su alcuni fogli di alluminio e tubi di acciaio importati dalla Cina, dall'Armenia e dal Brasile. Il tasso di dazi antidumping sarà compreso tra 6,4% e il 30% secondo le società interessate. Inoltre, i ministri hanno approvato anche l'introduzione di dazi antidumping sulle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura, di ferro o acciaio dalla Cina, che adesso arriveranno fino al 39,2% (si veda il Sole 24 Ore del 29 luglio): una decisione dietro la quale si nascondono gli sforzi e le pressioni dell'esecutivo italiano e del viceministro allo Sviluppo economico con delega al Commercio estero Adolfo Urso, in prima linea nella difesa dell'industria dell'acciaio europea dalla concorrenza asiatica.
Intanto si anima l'attesa sulla decisione che verrà presa sul settore calzaturiero. Negli ultimi giorni si sta infatti allargando la spaccatura sui dazi antidumping verso Cina e Vietnam tra i grandi brand importatori ma anche produttori in Europa e i produttori italiani ed europei. I primi dicono «no» a gran voce, i secondi «sì».
Per il commissario europeo al commercio Catherine Ashton, che due giorni fa ha incontrato l'Anci (Associazione nazionale dei calzaturieri italiani) e gli omologhi in Europa, e ieri la potente lobby formata da Deichmann, Adidas, Nike, Clark, Diesel, Acrib (Associazione calzaturieri della Riviera del Brenta) ed Efa (European footwear alliance, rappresentata dal legale Lourdes Catrain), non sarà facile prendere una posizione. Tempi e incontri ormai si stanno facendo molto serrati, i dazi verso Cina e Vietnam scadono infatti il 3 gennaio e una posizione dovrebbe già essere chiara intorno alla metà del prossimo mese. Per ora tutti gli interessati hanno detto di essersi trovati di fronte un commissario Ue molto attento e ricettivo.
«I dazi non sono serviti a niente», sostiene Giuseppe Baiardo, presidente dell'Acrib che è «un'associazione territoriale autonoma che fa capo all'Anci e a Confindustria», ci tiene a precisare il presidente dell'Anci Vito Artioli. Due giorni fa il rappresentante dei produttori italiani ha illustrato al commissario Ashton i dati che testimoniano il risvolto positivo dei dazi. «Siamo ancora in una fase di indagine e quindi non possiamo dare numeri – precisa Artioli – ma i dazi servono eccome se si vogliono fare gli interessi dei produttori e dei lavoratori europei». Non chiediamo «il protezionismo – continua Artioli – ma parità di condizioni sì, però. E che non ci si dimentichi che siamo noi con la nostra produzione a sostenere gli interessi dell'economia europea».
I dati disponibili per aiutare a ricostruire la bilancia commerciale del settore arrivano da Trend calzaturiero, secondo cui nel primo semestre di quest'anno ci sarebbe stato un calo di importazioni a volume dalla Cina del 14% (scese a 173 milioni di paia), a fronte di un aumento in valore di 5 punti percentuali (arrivate a 1,65 miliardi). «Questo significa che il prezzo delle scarpe che arrivano dalla Cina è ben più alto che in passato e quindi l'import ha riguardato prodotti più in linea con i nostri costi di produzione – spiega un analista –. L'antidumping ha quindi penalizzato l'import di scarpe a basso valore unitario che arrivavano in Italia fino a un anno fa e quindi sta facendo il suo dovere».
I numeri ufficiali che spiegano che i dazi sono stati utili «però non li ha tirati fuori nessuno – dice Baiardo –. I dazi hanno prodotto un blocco del commercio internazionale perché tutte le volte che si promuovono manovre protezionistiche si bloccano gli scambi. Se ci sono piccoli produttori che hanno problemi interni perché non sono stati capaci di innovare non possono puntare il dito contro la Cina. L'antidumping non ha risolto nessun problema e questo dimostra che la colpa non è dei cinesi». Per il presidente Acrib il risultato è che le aziende italiane ed europee hanno surclassato l'antidumping facendo società fuori dall'Europa. «Molti imprenditori che stanno allargando il loro mercato hanno cercato di non fare pesare i dazi sul prezzo finale – dice Baiardo – ma non dimentichiamoci che qui se non si guadagna non si va avanti. Comunque il nostro interesse adesso è il consumatore».
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25/09/2009