Dalla Cina al Brasile gli emergenti alzano le barriere

WASHINGTON. Dal nostro inviato
Lo negano tutti, ma la "guerra" dei cambi fra industrializzati ed emergenti c'è eccome. La novità è che l'armistizio non potrà non tenere conto delle rivendicazioni delle nuove economie, chiaramente all'attacco, che esercitano i loro diritti attraverso manovre protezionistiche (come le tasse sui movimenti di capitali in Brasile) o con decisioni molto "centralizzate" e contro il mercato aperto nel caso della Cina.
La novità è che il modello capitalistico come l'abbiamo conosciuto finora forse sta cambiando davvero, almeno nel medio termine. Alcuni policy makers cominciano a prenderne atto. Il più provocatorio è stato Stanley Fischer, economista di scuola americana e oggi governatore della Banca centrale israeliana: «Non si può pensare che gli interventi per stabilizzare cambi volatili siano solo sul mercato da parte delle banche centrali, possono esserci anche incentivi o penalizzazioni... e chi ha imposto barriere ai flussi di capitali magari guarda al breve termine, ma non si può negare che le misure possano avere efficacia e dunque non si capisce perché non debbano usare quei metodi e perché debbano essere gli emergenti a pagare il conto di una crisi che non hanno provocato».
Fischer si riferisce al Brasile, che ha imposto una tassa del 4% sui flussi di capitale destinati al mercato obbligazionario e ad altri paesi asiatici che stanno valutando misure analoghe: «Una nuova tattica? Nuova per gli ultimi 20 anni. Ma vecchissima se partiamo da punti di riferimento anche di 60 o 100 anni fa». In effetti, fino al 1971 avevamo un mercato dei cambi fissi. Poi tutto è cambiato con la fine degli accordi di Bretton Woods. E nel 1985, con gli accordi del Plaza per resituire ordine a un mercato dei cambi troppo volatile, il segretario al Tesoro di allora James Baker convocò gli altri quattro grandi, i ministri di Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone.
In poco tempo venne raggiunta un'intesa importante. Oggi siamo alla torre di Babele, con molti attori che vogliono dire la loro. Prendiamo la debolezza ostinata dello yuan, tema su cui la linea occidentale è compatta. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha osservato: «La Cina ci ha detto con molta onestà: abbiamo bisogno di un cambio basso per esportare tanto. Se non esportiamo il nostro sistema si ferma e la Cina si ferma con i disordini sociali. È molto realistico ed anche molto onesto da parte del Governo di Pechino dire la verità in questo modo».
Una crepa fra i ministri dell'Occidente? Non necessariamente. Forse Tremonti è stato il primo occidentale, pragmatico, a prendere atto che il muro contro muro non necessariamente funziona. Soprattutto, a proposito di Torre di Babele, Tremonti cita un incontro a porte chiuse che ha avuto venerdì alla facolta di legge di Yale in cui l'ha colpito un'apparente contraddizione. La posizione di uno dei più autorevoli giuristi americani, Henry Hansmann, è che oggi i grandi tecnocrati parlano lo stesso linguaggio, l'inglese. Hanno tutti studiato sugli stessi testi e dunque il paradigma della globalizzazione avanza su basi molto più solide. Vero? Non proprio. «Basta vedere il linguaggio del G-20 - osserva Tremonti - è vero che parlano tutti la stessa lingua. Ma ciascuno dei 20 oggi rappresenta istanze ed esigenze diverse, cosa che si riflette in una difficoltà di gestione non da poco».
E il mondo bancario? Risponde per tutti Andrea Beltratti, presidente del consiglio di gestione di Banca Intesa: «Prendiamo atto di quello che dicono i cinesi. Ormai dubito che faranno marcia indietro sullo yuan. Allora è inutile insistere sui cambi, cerchiamo piuttosto concessioni commerciali, aperture di altro genere».
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10/10/2010