Dall'Amazzonia una via che porta in Cina

SAN PAOLO. Dal nostro inviato
Si incunea tra montagne alte 5mila metri, attraversa foreste vergini e costeggia laghi andini a quota 4mila. Il rally transamazzonico si snoda tra Perù, Bolivia e Brasile ed è considerato la corsa automobilistica più bella del mondo. La partenza è avvenuta il 18 gennaio a Nazca (Perù), l'arrivo a Rio Branco (Brasile) una settimana dopo. Lo spettacolo è mozzafiato, il pericolo anche.
Uno dei piloti brasiliani, Luiz Facco, intervistato da una tv carioca, ironizza sulle altitudini delle Ande, «di poco superiori ai picchi che ha raggiunto la mia adrenalina». Qui è così, dice Facco alla fine della prima tappa mentre la moglie gli si abbarbica al collo, «se sbagli una curva muori, ecco perché il copilota è così importante».
La moglie Cristina, una biondina dall'area materna che verrebbe facile immaginare tra un nugolo di bambini, si compiace, davanti alle telecamere, non solo di aver sposato un uomo dai nervi d'acciaio, ma soprattutto perché il copilota è lei. Per la cronaca, la vittoria è andata al peruviano Nicolas Fuchs, ma l'interesse va ben al di là del rally.
Pochi giorni prima il presidente peruviano Alan Garcia ha definito i 2.589 chilometri del Rally interoceanico come «il trionfo dell'uomo sulla natura e sulla distanza» ma non indugia troppo sugli aspetti agonistici o tecnici della gara. Da politico consumato quale è, rilancia la possibilità di una vera e propria superstrada transamazzonica, percorribile dai camion. E fa leva sul sogno dell'attraversamento dell'Amazzonia che ha animato tanti nella storia, politici e imprenditori e anche quel Fitzcarraldo che, nel film omonimo di Werner Herzog, ambientato a cavallo tra XIX e XX secolo, aveva la faccia e la rabbia di Klaus Kinski e combatteva contro la natura per aprire una nuova via tra i fiumi e le montagne della foresta pluviale.
Una grande opera sul tracciato del rally, un corridoio che collegherebbe il Brasile all'oceano Pacifico. Ovviamente attraverso il Perù. Da qui l'entusiasmo che si respira a Lima, espresso da Miguel Vega, presidente della Camera di commercio peruviano-brasiliana, che intravvede lo sviluppo esplosivo di cinque aree portuali da cui potrebbero partire le merci brasiliane destinate alla Cina e viceversa.
Già ora la Cina ha sostituito gli Stati Uniti come primo socio commerciale del Brasile.
Si tratterebbe, sia chiaro, di una infrastruttura non semplice da realizzare: rendere camionabile un percorso di quasi 2.500 chilometri attualmente utilizzato per trasporti locali e gare di rally.
Ma la forza dell'economia cinese, coniugata con l'affermazione del Brasile come potenza mondiale dischiude opportunità fino a pochi anni fa impensabili. Soia, petrolio e ferro sono commodity che fanno gola ai cinesi e guidano la crescita dell'economia brasiliana.
Un dragone cinese nel nostro backyard? titolava pochi giorni fa un quotidiano brasiliano, ironizzando sulla celebre battuta di Henry Kissinger, preoccupato, negli anni Sessanta, per la piattaforma comunista a Cuba, a poche miglia da Miami.
Il presidente brasiliano Dilma Rousseff eredita da Luiz Inacio Lula da Silva un paese che vive una fase di straordinaria vitalità. Gli accordi tra Pechino e Brasilia si moltiplicano, con qualche inquietudine da parte dell'Amministrazione americana.
I vincoli economici tra America Latina e Asia non sono nuovi: tra il 1560 e 1815 una flotta di galeoni spagnoli effettuava ogni anno un viaggio epico da Acapulco a Manila, per poi sbarcare in Cina. Nel viaggio di andata le barche trasportavano argento e oro, al ritorno seta e porcellane cinesi, mercanzia anelata dai ricchi del Perù e del Messico.
L'intensità degli scambi e degli accordi tocca ora vertici inauditi. Gli investimenti diretti all'estero della Cina verso il Brasile, nel 2010, sono stati pari a 17miliardi di dollari, ma l'aspetto sorprendente è che questa cifra potrebbe esser abbondantemente inferiore alla realtà; «Molti flussi cinesi verso il Brasile - spiega Afonso Lima, presidente del Sobeet, Istituto di ricerca brasiliano - arrivano attraverso altri paesi-ponte, utilizzati surrettiziamente dalla Cina».
L'ex presidente Lula, poco più di un anno fa, in uno dei suoi viaggi a Pechino ha sottoscritto un Piano di azione congiunto con Hu Jintao: si tratta di un programma di investimenti per i prossimi quattro anni che interessa settori strategici come l'energia, l'aerospaziale e l'agricoltura. Intesa preceduta da un prestito di 10 miliardi di dollari effettuato dalla Banca di sviluppo cinese per finanziare progetti di esplorazione petrolifera di Petrobras, il gigante energetico brasiliano.
I funzionari cinesi ripetono che le relazioni, sempre più strette, con l'America Latina sono dettate da un doppio impulso: un interesse diplomatico in un mondo sempre più multipolare e una reciprocità di interessi economici. «Non siamo intenzionati a occupare nessuna sfera di influenza - ha detto Qiu Xiaqui, ambasciatore cinese a Brasilia - e abbiamo ripetuto agli Stati Uniti che gli accordi non rappresentano minacce commerciali per nessuno». Qualche analista politico latinoamericano ha parlato di... excusatio non petita.
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IL MITO

Il sogno di Fitzcarraldo
«Chi sogna può muovere le montagne». Era il motto di Fitzcarraldo, protagonista dell'omonimo film del 1982 di Werner Herzog, interpretato mirabilmente da Klaus Kinski (sopra in una scena). La pellicola, ambientata in Sudamerica tra '800 e '900, ruota proprio attorno al mito dell'attraversamento della foresta Amazzonica. Il visionario e melomane Fitzcarraldo, vuole realizzare il sogno di un grande Teatro dell'Opera nel piccolo villaggio di Iquitos. Per trasportare caucciù e finanziare il progetto, il protagonista risale il fiume Pachitea con una nave, che poi, grazie al massacrante lavoro degli indios, viene trasportata con corde e argani oltre una montagna, per ritrovare l'acqua del fiume Ucayali che confluisce nel Rio delle Amazzoni

17/02/2011