DALAI LAMA: "RINUNCIO AL MIO RUOLO POLITICO"

DALAI LAMA: "RINUNCIO AL MIO RUOLO POLITICO"

Roma, 10 mar.- Il Dalai Lama "sta prendendo in giro il mondo" : Pechino ha commentato così la decisione annunciata dal leader spirituale dei tibetani in esilio di far posto a un successore che sia "liberamente eletto". In un discorso per il 52esimo anniversario del sollevamento popolare contro l'occupazione cinese del Tibet il Dalai Lama ha reso nota la sua intenzione di chiedere al parlamento tibetano - che si riunirà lunedì a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio - di modificare la costituzione in modo da poter essere sollevato dall'incarico politico. "All'inizio degli anni sessanta, sostenevo spesso che il popolo tibetano avesse bisogno di un leader liberamente eletto dal popolo cui poter delegare il potere politico. Ritengo che ormai siano maturi i tempi per farlo" ha spiegato il 14esimo Dalai Lama che ha voluto precisare che dietro la sua decisione non si nasconde una mancanza di responsabilità, bensì un desiderio di garantire la stabilità e il benessere del popolo tibetano a lungo tempo.

 

 

La scelta rappresenta un'aperta rottura con la tradizione che prevede che il Dalai Lama sia il detentore del potere spirituale e temporale. Non solo. La scelta del leader spirituale del Buddhismo tibetano non avviene attraverso elezioni: da più di 500 anni ogni Dalai Lama viene identificato da bambino da un gruppo di monaci che attraverso una serie di segni mistici individuano la reincarnazione del precedente discendete Buddha Avalokitesvara, il Dalai Lama appunto. La decisione che molti analisti hanno già definito "storica" è tutt'altro che inaspettata: già da tempo Tenzin Gyatso, questo il nome del leader spirituale tibetano, aveva progressivamente preso le distanze dalla scena politica definendo se stesso come un "semi-pensionato". E l'anno scorso in occasione di una conferenza a Delhi il Dalai Lama aveva parlato di alcuni leader politici che si erano distinti in modo particolare tra gli esponenti del governo in esilio.

 

 

Nessuna novità nemmeno per la Cina che ha dichiarato duramente: "Il Dalai Lama ha parlato spesso di ritiro negli anni scorsi. Sono solo trucchi per ingannare la comunità  internazionale", ha affermato la portavoce del ministro degli Esteri Jiang Yu che ha definito il leader spirituale tibetano "un esiliato mascherato da religioso artefice di attività volte a spaccare l'unità della Cina". Quella tra cinesi e tibetani è una disputa  che dura da più di cinquanta anni. Da quando nel 1959 il Dalai Lama lasciò Lasha e andò in esilio a Dharamsala, in India, in seguito alla rivolta scoppiata in Tibet e alla dura repressione che ne seguì, Pechino lo ha sempre definito "un lupo travestito da monaco" accusandolo di puntare alla costruzione di un "Grande Tibet" staccato dalla Cina. Un'accusa che venne reiterata anche nel 2008, durante l'ennesimo scoppio di proteste nelle regioni tibetane. Il Dalai Lama, da parte sua, continua a sostenere di voler richiedere a Pechino solo un'autonomia più articolata per il Tibet. Ma la Cina non sembra propensa a fare concessioni di questo tipo. Intanto pochi giorni fa le autorità di Lhasa hanno fatto sapere che per tutto il mese di marzo i turisti stranieri non riceveranno i necessari permessi governativi per recarsi nella regione autonoma. Una misura restrittiva "motivata dalle dure condizioni climatiche del freddo inverno", ma che secondo molti sarebbe collegata ai due anniversari di marzo (questo articolo).

 

 

Inoltre, di recente il governatore della regione autonoma Padma Choling è intervenuto a proposito delle modalità di successione del Dalai Lama, sostenendo che quest'ultimo non ha il diritto di scegliere il suo erede, ma deve seguire la tradizionale via della reincarnazione. L'intervento di Choling, sotto la facciata della tutela delle consuetudini, preoccupa quanti temono che Pechino risolverà la questione, una volta deceduto l'attuale Dalai Lama, nominando direttamente un suo successore filo-cinese, con il risultato di avere due leader spirituali. Già nel 1995, le autorità cinesi, in risposta alla nomina da parte del Dalai Lama di un giovane quale reincarnazione del Panchen Lama - la seconda figura spirituale nel buddismo tibetano - avevano arrestato il giovane, mettendo al suo posto un sostituto allineato con Pechino.

 

 

Intanto, sebbene il Dalai Lama sostenga che un cambiamento garantirebbe la stabilità del popolo in esilio, potrebbe essere proprio la questione della successione a dividere la comunità da cui sembrano già emergere due fazioni, una più 'conservatrice' e l'altra più 'progressista'. E mentre una parte di tibetani sembra vedere il successore di Tenzin Gyatso nel Karmapa Lama – terza figura del buddhismo tibetano - , un ecclesiastico ventenne balzato agli onori della cronaca per essere stato coinvolto in un caso di spionaggio, altri sembrano orientati verso un cambiamento più rivoluzionario (questo articolo) . L'anno scorso il primo ministro Samdhong Rinpoche dichiarò al The Guardian che l'era dei monaci anziani stava tramontando e che il governo in esilio aveva bisogno di una leadership giovane, energica e laica. Ma è stato lo stesso primo ministro ad aver espresso oggi le sue perplessità sul fatto che il parlamento accetterà la proposta del Dalai Lama. Ad ogni modo, se la proposta dovesse passare un nuovo primo ministro sarà eletto entro la fine del mese. "Il progetto del Dalai Lama è quello di creare un'istituzione, un  governo in grado di andare avanti anche senza un Dalai Lama" ha affermato Bhaskar Roy, esperto di politica e di Cina. "Potrebbe passare molto tempo prima che si individui il nuovo successore e questa potrebbe rappresentare una misura protettiva in grado di evitare eventuali incursioni nella vita politica tibetana da parte di Pechino".

 

 

di Sonia Montrella

 

 

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