Da Tokyo un favore alla Cina

Proprio in questi giorni di tensione con la Cina – per il sequestro di un peschereccio che ha rilanciato il contenzioso territoriale tra i due paesi – Tokyo fa un favore al vicino: i Congressmen americani infuriati con Pechino per la lentezza nella liberalizzazione dello yuan sono stati spiazzati dall'intervento giapponese sui cambi, che finisce per allontanare le già limitate possibilità di successo dei loro sforzi per introdurre ritorsioni commerciali. Non a caso il commento più duro di ieri è arrivato da Sander Levin, presidente della Commissione Ways and Means della Camera di Washington («La Cina non è il solo paese con una politica predatoria dei cambi»), che lascia presagire come anche il Giappone rischi di entrare nel mirino del Congresso come «manipolatore».
Ieri la Commissione ha iniziato le sue audizioni sul caso-yuan, che culmineranno oggi con l'illustrazione della posizione dell'Amministrazione Obama effettuata dal segretario al Tesoro Tim Geithner (contrario a scatenare una guerra commerciale dagli effetti potenzialmente devastanti su scala mondiale). Il problema vero sta nell'approssimarsi delle elezioni parziali di novembre, in una situazione di rallentamento economico e alta disoccupazione: molti parlamentari democratici rischiano il seggio e attribuiscono alla Cina un continuo furto di posti di lavoro americani grazie a un cambio artificialmente basso.
Negli ultimi giorni le autorità cinesi stanno aiutando Geithner a rintuzzare i furori congressuali: il cambio di riferimento è stato portato ieri al massimo storico di 6,7250 e la divisa spot ha chiuso a quota 6,7422. Ma si tratta pur sempre di un apprezzamento limitato all'1,3% dal 19 giugno scorso, quando fu abolito il peg sul dollaro: sono in molti, negli Usa, a sentirsi presi in giro.

16/09/2010