Da Pechino gesti distensivi: lo yuan sale a livelli record

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina agita il ramoscello d'ulivo verso il Congresso statunitense. Sarà un caso, ma ieri, proprio alla vigilia dell'apertura del dibattito parlamentare sul protezionismo valutario cinese chiesto da un vasto gruppo trasversale di deputati americani per convincere l'amministrazione Obama a bollare Pechino come un manipolatore del tasso di cambio, lo yuan ha stabilito un nuovo record storico.
Per far decollare lo yuan è bastato che la People's Bank of China fissasse la parità centrale (il tasso di riferimento sul quale le quotazioni quotidiane della moneta possono oscillare tra -0,5 e +0,5 per cento) su un livello inferiore rispetto alla chiusura di lunedì. Il mercato ha seguito le indicazioni della banca centrale, e così durante le contrattazioni la valuta cinese è salita ai massimi di tutti i tempi nei confronti della moneta americana: 6,7435 yuan per un dollaro.
È un film già visto, dicono gli scettici che accusano Pechino di giocare al gatto con il topo con Washington sul terreno valutario. A metà giugno, infatti, poco prima del vertice del G-20 di Toronto, la Cina decise a sorpresa di sganciare lo yuan dal dollaro al quale la moneta cinese era rimasta ancorata per quasi due anni.
Ma dopo qualche giorno di scintille, archiviato il summit canadese, lo yuan era tornato subito nei ranghi. Prova ne sia che, da allora a oggi il bigliettone con la faccia di Mao si è rivalutato solo dell'1,2% nei confronti del dollaro, e si è addirittura svalutato di circa l'1% nei confronti dell'euro.
Insomma, una performance deludente agli occhi di chi si attendeva un'ascesa irresistibile dello yuan. Una performance che non sposta i rapporti di competitività tra Pechino e il resto del mondo. «La Cina ha fatto pochissimo per rivalutare lo yuan», ha detto ieri il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, l'uomo che a metà ottobre (cioè un paio di settimane prima delle elezioni di medio termine americane) dovrà emettere il verdetto sulla correttezza della politica monetaria cinese e dire esplicitamente se, secondo Washington, Pechino ha manipolato il cambio a scopo protezionistico.
Ma questo è un tasto su cui i cinesi continuano a fare orecchi da mercante, ribadendo la loro posizione di sempre: il 19 giugno scorso lo yuan è stato sganciato dal dollaro per aumentarne la flessibilità sul mercato dei cambi. Punto e basta. D'altronde, sostengono i cinesi, l'esperienza dimostra che il valore dello yuan è una variabile indipendente dall'andamento del commercio internazionale. Tra il 2005 e il 2008, è la tesi di Pechino, lo yuan si è rivalutato di circa il 20% sul dollaro, ma ciò non ha ridotto il deficit commerciale Usa e non ha impedito alla Cina di diventare il primo esportatore del mondo.
Ergo, rivalutare non serve a spostare equilibri che dipendono ormai da altri fattori: costo del lavoro, terra e capitale; economie di scala; regolamentazioni; sostegno politico all'industria manifatturiera. La settimana prossima a New York, quando s'incontreranno, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, il premier cinese, Wen Jiabao, e il presidente americano, Barack Obama, parleranno sicuramente anche di questo.
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15/09/2010