Corrono le lancette dell'export svizzero

Navigare controvento andando a buona velocità. Sembra essere questo il motto dell'industria svizzera degli orologi, che continua a registrare dati positivi, sfidando allo stesso tempo il rallentamento economico internazionale e la forza del franco, due fattori che sulla carta giocano contro le esportazioni elvetiche. Il polo elvetico degli orologi rappresenta oltre il 50% del fatturato mondiale del settore ed esporta circa il 90% della sua produzione (nella foto, l'orologio appena realizzato da Girard-Perregaux per Ermenegildo Zegna per festeggiare 20 anni di presenza in Turchia). I dati sull'export relativi a fine agosto, resi noti dalla Fédération de l'industrie horlogère suisse (Fh), che raggruppa le imprese svizzere del settore, mostrano una crescita ancora di rilievo, anche se ad un ritmo lievemente inferiore rispetto ai mesi precedenti. Nel solo mese di agosto di quest'anno le esportazioni sono state di 1,3 miliardi di franchi (1,06 miliardi di euro), con un aumento del 16,4% sullo stesso mese del 2010. I maggiori importatori di orologi elvetici sono rimasti tutti in territorio ampiamente positivo, ad eccezione della Francia, che è ancora ben piazzata ma ha registrato un -6,1%. Nella top ten spiccano due balzi davvero considerevoli: quello della Cina (+44,3%) e quello dell'Italia (+43,8%). Se la Cina ci ha abituato a performance rilevanti, per l'Italia la percentuale è inusuale. «È un dato positivo – dice Mario Peserico, presidente di Assorologi – che mostra da un lato la buona tenuta di fondo del mercato italiano e che dall'altro si può spiegare con alcuni elementi caratteristici del mese. In agosto in genere il volume è più basso e quindi ogni variazione può avere un effetto amplificato. Poi, i negozi ora hanno meno chiusure per vacanze. Infine, nella città d'arte italiane in agosto vi è stata una maggiore presenza di turisti stranieri e questo pure può aver avuto un effetto positivo».
Tornando all'export elvetico di orologi, nei primi otto mesi 2011 si registra una somma di 11,7 miliardi di franchi (9,6 miliardi di euro), con un incremento del 19,2% rispetto a dodici mesi prima. I primi dieci mercati di sbocco sono nell'ordine Hong Kong con 2,3 miliardi di franchi (+26%), Usa con 1,2 miliardi (+21%), Cina con 962 milioni (+47%), Francia con 827 milioni (+18%), Singapore con 697 milioni (+24%), Italia con 648 milioni (+10%), Germania con 547 milioni (+9%), Giappone con 522 milioni (+6%), Emirati Arabi Uniti con 448 milioni (+25%), Regno Unito con 399 milioni (+8%). «Cifre – spiega Peserico – che indicano chiaramente due fattori importanti: una crescita dell'export di orologi svizzeri molto rilevante verso l'Asia e le aree emergenti; ma anche un segno positivo sui mercati tradizionali, anche europei. Questi ultimi dimostrano di avere solidità nel nostro settore».
Secondo una parte degli analisti, a sostenere le vendite di orologi nel mondo in questa fase di turbolenze sui mercati finanziari è la tendenza a identificare l'oro, ma il discorso si estende anche a orologi e gioielli, come bene rifugio.
«In effetti – commenta Peserico di Assorologi – credo che in questa fase lo stesso effetto che tiene in alto l'oro si possa sentire anche in alcuni segmenti dell'orologeria. Una certa parte degli acquirenti tendeva già da prima al bene rifugio, ma ora, alla luce della crescente incertezza, questa tendenza può certamente accentuarsi».
Oltre a questo, resta il buon andamento del prodotto orologio in generale, in varie fasce di prezzo. I dati Fh sull'export di orologi rossocrociati mostrano che, al di là delle oscillazioni mensili, il trend di aumento riguarda tutte le fasce di prezzo. Cambiano le motivazioni per l'acquisto, certo. Ma le lancette vanno, nonostante il vento contrario.
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10/10/2011