Corre l'inflazione in Cina: +6, 4%

L'inflazione in Cina galoppa senza tregua. A giugno è cresciuta del 6,4%, il livello più alto degli ultimi tre anni. Secondo i dati diffusi ieri dall'Istituto di statistica, i prezzi dei beni alimentari, quelli ai quali la popolazione è evidentemente più sensibile, sono aumentati del 14,4%, con punte del 57,1% per la carne di maiale, elemento chiave dell'alimentazione in Cina. A rendere più complessa la vicenda dei prezzi degli alimentari ci sarebbe una carenza di offerta di carne di maiale sul mercato domestico rispetto alla domanda, come lamentato a più riprese dagli stessi produttori locali del settore. Anche i prezzi delle uova sono balzati del 23 per cento. Una vera e propria spirale inflazionistica che pare non trovare un argine. Pechino teme che il forte rialzo dei prezzi dei generi alimentari possa provocare tensioni sociali e persino rivolte come avvenuto in passato.
Il governo cinese ha da tempo fissato al 4% il massimo livello «accettabile» dell'inflazione, che considera pericolosa per la «stabilità sociale». Il premier Wen Jiabao ha ammesso che raggiungere quest'obiettivo nel 2011 sarà «difficile». Per bloccare la crescita impetuosa dei prezzi la Banca centrale cinese ha aumentato a varie riprese il tasso d'interesse, l'ultima mercoledì per la quinta volta dallo scorso autunno, portandolo al 6,56%, e ha anche aumentato la percentuale di riserve obbligatorie che le banche devono accantonare.
Le misure di contenimento, secondo alcuni economisti, potrebbero avere degli effetti nella seconda parte dell'anno. Altri ritengono che non siano sufficienti e che saranno necessari nuovi interventi restrittivi.
La questione di fondo, se avessero ragione questi ultimi, è se l'aumento dei tassi di interesse cinesi possa o meno frenare la crescita del gigante asiatico, prevista al 9% nel 2011, un elemento molto delicato visto che Pechino è l'unico motore globale che continua a correre mentre sia gli Stati Uniti, soprattutto dopo il dato ultimo sulla disoccupazione al 9,2%, e l'Europa, sempre più in difficoltà per i debiti sovrani, non riescono a dare il cambio alla Cina nel ruolo di apripista del gruppo. Non a caso proprio il Fondo monetario internazionale nel suo Outlook di primavera ha parlato di crescita a due velocità con i Paesi emergenti che corrono al 6% e gli industrializzati appena al 2%, con una media del 4% a livello globale. Ma se anche la Cina dovesse frenare allora sarebbero guai seri per tutti. La Federal Reserve di Ben Bernanke con un tasso di disoccupazione così elevato e imprevisto non potrà certo aumentare i tassi di interesse, oggi praticamente a zero, e dunque un'eccessiva politica restrittiva cinese potrebbere esser troppo pericolosa per la crescita di Pechino.
La Cina deve trovare un delicato equilibrio tra sostegno alla crescita economica e controllo dell'inflazione garantendo che i prezzi non deraglino. Con i livelli dei prezzi del petrolio calati di circa il 17% dal 2 maggio, molti economisti pensano che l'inflazione cinese abbia toccato l'apice e sia destinata a raffreddarsi nei prossimi mesi.
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10/07/2011