COREE: NEI COLLOQUI A SEI LA SOLUZIONE DI PECHINO

COREE: NEI COLLOQUI A SEI  LA SOLUZIONE DI PECHINO

Roma, 29 nov.- Pechinopropone un ritorno d'emergenza ai Colloqui a Sei (Corea del Nord, Corea delSud, Cina, USA, Giappone e Russia) per risolvere questione del nucleare nordcoreano. Se la situazionenella penisola senza pace non dovesse cambiare, e se tutte le parti dovesserorispondere 'all'invito', l'appuntamento sarà fissato per gli inizi di dicembre:si tratta della prima azione concreta della Cina dallo scorso martedì, giornoin cui Pyongyang  ha sparato colpidi artiglieria contro un isolasudcoreana provocando la morte di due soldati e due civili, e causando ilferimento di una quindicina di persone. Un'azione che il presidente sudcoreano Lee Myung-bak hadefinito "disumana", aggiungendo che "la Corea del Nord pagherà caro il prezzo diulteriori provocazioni".

 

Dopo una iniziale tiepida reazione  – subito dopo l'incidente Pechino si eradetta "preoccupata" per il crescente livello di tensione che minaccia la penisolacoreana, senza esprimersi sull'aggressione di Pyongyang –, il Dragone hafatto la sua mossa. Una soluzione, quella suggerita da Pechino, perfettamentein linea con la dottrina sulla situazione coreana esposta finora dalla Cina, eche risponde alle crescenti pressioni di Washington, Tokyo e Seul, su quelloche rappresenta l'unico alleato del regime di  Pyongyang."La proposta  rappresentar una ripresadei colloqui a sei sul disarmo – dialogo che il Nord Corea ha interrotto due anni fa – ha spiegato l'inviato specialecinese Wu Dawei, ma vuole essere un'occasione di incontro per i capi delle seidelegazioni e di discussione sulle questioni più urgenti. Ma Wu Dawei non ha nascosto la speranza che l'incontro didicembre possa creare le condizioni per una riapertura dei colloqui. 

 

L'ipotesi del meetinglanciata dal ministro degli Esteri cinese YangJiechi è arrivata domenica, a ridosso di un incontro ufficiale tra ilconsigliere di stato cinese Dai Bingguo e il presidente sudcoreano Lee Myung-bak che si è tenuto a Seul, e apoche ore di distanza dall'inizio delleesercitazioni navali congiunte tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud nelle acque del Mar Giallo. Lemanovre, che proseguiranno fino a mercoledì e nelle quali è coinvolta anche laportaerei George Washington, hanno destato l'irritazione della Corea del Nord che ha minacciatorappresaglie di fronte a qualunque provocazione. "Siamo sull'orlo della guerra"hanno fatto sapere da Pyongyang,secondo cui nelle acque agitate del Mar Giallo si sta verificando "un'altragrave provocazione militare contro la Corea del Nord da parte degli Stati Uniti edei nemici sud-coreani". E sempreriguardo alle esercitazioni Usa-Corea del Sud,  Washington sostiene che si tratta di "unadimostrazione di forza  volta arafforzare la deterrenza contro la Corea del Nord". Domenica l'ammiraglio MikeMullen, capo degli Stati Maggiori Riuniti americani, ha dichiarato nel corso diun'intervista alla tv statunitense CNN che "Pyongyang non vuole altro che farsi notare", aggiungendo poi chegli Usa non devono "ricompensare" il suo cattivo comportamento.

 

Intanto le sei delegazioni hanno preso del tempoper rispondere all'invito della Cina. Seul ha dichiarato di voler valutare "conmolta attenzione e con prudenza" la proposta di Pechino e di essere frenata dalfatto di dover sedere allo stesso tavolo con Pyongyang. Giappone e Stati Uniti, alleati della Corea del Sud, non hanno ancoraconfermato la loro presenza dichiarando che prima di ogni decisione ènecessario un consulto con Seul. "Vogliamo prima consultarci con la Corea del Sud e con gli Stati Uniti con cuiabbiamo avviato una stretta collaborazione", ha riferito il vice capo di gabinetto giapponese TetsuroFukuyama. Nemmeno l'alleato di Pechino sembra averaccolto con entusiasmo la proposta del colloquio a sei: secondo l'agenzia distampa giapponese Kyodo, il Nord Coreaha espresso il proprio scetticismo riguardo la 'chiamata' della Cina.

 

Nell'attesa di una segnale da parte delle delegazioni diplomatiche, Pechino si è visto arrivare un altro tipo di risposta, questa volta da parte di attivisti e manifestanti sudcoreani che contestano alla Cina il mancato commento sull'attacco della scorsa settimana da parte di Pyongyang. Focolai di proteste hanno preso vita fuori dall'ambasciata cinese a Seul, dove circa 150 membri della Korea Freedom Federation hanno letto un comunicato contenente forti critiche nei confronti del governo cinese, e in altri quartieri della città, in uno dei quali più di 400 manifestanti hanno bruciato l'immagine di Kim Jong-II e di Kim Jong-Un, figlio ventisettenne del leader in carica e probabile successore. Il silenzio della Cina nasconderebbe la preoccupazione – confermata dalla 'corrispondenza' tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud pubblicata da Wikileaks (leggi questo articolo) – di Pechino riguardo una eventuale riunificazione della penisola coreana che, tra gli altri 'svantaggi', darebbe vita a un flusso migratorio diretto verso la Cina che il Dragone non intende gestire.

 

 

di Sonia Montrella

 

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