COMPAGNIE ENERGETICHE CINESI PROTAGONISTE M&A

COMPAGNIE ENERGETICHE CINESI PROTAGONISTE M&A
Roma, 09 nov.- Le strategie verdi adottate ai governi non sono sufficienti a fronteggiare la 'sete' di petrolio, tanto che nei prossimi 25 anni si assisterà a un'impennata dei prezzi e della domanda dell'oro nero. Lo rivela l'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) secondo cui tra il 2009 e il 2035 il prezzo del petrolio crescerà dell'88% fino a raggiungere, nel 2015, i 100 dollari a barile.  Nello stesso periodo la domanda crescerà del 18% trainata dai Paesi emergenti e in particolare della Cina, responsabile per circa la metà dell'incremento. Tra il 1999 e il 2009 il Dragone ha visto aumentare del 93% il proprio consumo di petrolio, spiegano gli analisti di Macquarie research, società di analisi e ricerche. "Ciò ha prodotto – continuano gli analisti –un aumento dell'11% sul consumo totale globale". Per provvedere al fabbisogno nazionale, Pechino fa spesa all'estero importando circa il 55% del necessario.

 

E' in questo contesto che si fanno strada le compagnie petrolifere cinesi, che - sostengono gli osservatori -  impegnate in continui processi di fusione e acquisizione (M&A), sono sempre più presenti nel panorama internazionale. Dall'inizio dell'anno un quinto di tutti gli affari del settore relativo al gas e petrolio porta la firma di compagnie cinesi. "Le società petrolifere nazionali stanno diventando non solo più presenti, ma anche più sofisticate nel loro modo di operare. Non solo, queste sono emerse nella curva di apprendimento e spesso avanzano offerte più alte di quelle dei loro concorrenti esteri".

 

China National Petroleum Corporation (CNPC), Sinopec, Sinochem e China National Offshore Oil Corporation  (CNOOC) sono alcune tra le più note compagnie petrolifere Made in China, ma ognuna di loro, spiega l'esecutivo industriale cinese, ha una storia e un suo obiettivo. La CNPC, la più grande produttrice di petrolio e gas, è stata costituita dal 'defunto' ministero del Petrolio nel 1988 e nel 1999 ha acquisito la società Petrochina. La compagnia è tradizionalmente focalizzata sull'esplorazione e la produzione.

 

La rivale Sinopec affonda anch'essa le sue radici nel governo, ma dopo essersi occupata a lungo  raffinazione e trasporto, ha diversificato le sue fonti di reddito, in seguito alla liberalizzazione del settore del gas e del petrolio.

 

Diverso è il caso della Sinochem che dopo una partenza un po' in sordina, grazie a una serie di acquisizioni avvenute nel 2003 è diventata una realtà del campo petrolifero con cui dover fare i conti.

 

Al contrario delle 'rivali', la CNOOC – produttore cinese offshore - non è mai stata gestita dall'apparato statale. Fondata negli anni '80, la società è nata come joint venture che avrebbe dovuto appoggiarsi ad altre compagnie straniere nell'estrazione del petrolio in quanto in quegli anni la Cina non disponeva ancora degli strumenti necessari per farlo. La "più occidentale" delle compagnie - come viene spesso definita - rappresenta un modello di internazionalizzazione.

 

Dagli ultimi accordi stretti a livello globale, sostengono gli analisti, è emersa una certa disponibilità delle società cinesi ad avviare partnership con i propri pari stranieri. "Sarà la cooperazione, più che la competizione, a costituire il segreto del successo cinese" sostiene Luke Parker, manager di Wood Mackenzie per i servizi di M&A.  Un visione condivisa anche da Philip Lambert della Lambert Energy secondo cui i buyers cinesi non rappresentano una minaccia per i concorrenti esteri così come alcuni ritengono in Occidente.

 

di Sonia Montrella

 

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