COLLOQUI USA-CINA: IN AGENDA YUAN E PROTEZIONISMO

Roma, 9 mag.- Rivalutazione dello yuan, eliminazione delle restrizioni commerciali e protezionismo: nessuna sorpresa né cambio di rotta in programma in occasione dell'annuale US-China Strategic and Economic Dialogue in corso lunedì e martedì a Washington (questo articolo). Usa e Cina non perdono di vista il proprio obiettivo e tornano ancora una volta su quei temi caldi che rappresentano da tempo il principale nodo al pettine dei rapporti economici-commerciali tra il Dragone e l'Aquila. A poche ore dall'inizio dei colloqui - cui prenderanno parte il vice premier cinese Wang Qishan, il consigliere di Stato Dai Bingguo il segretario del Tesoro Timothy Geithner e il segretario di Stato Hillary Clinton - le dichiarazioni rilasciate dalle due parti anticipano l'agenda della due giorni americana. In particolare, Geithner solleciterà la Cina ad aumentare il tasso di cambio della divisa cinese e il tasso d'interesse. Pechino, secondo il segretario del Tesoro, dovrebbe allentare i controlli sul sistema finanziario e offrire maggiore accesso alle banche e agli assicuratori esteri che, secondo quanto sostenuto dalla Camera di Commercio americana, "giocano un ruolo insignificante" nel Paese di Mezzo.  "Siamo decisi a chiedere alla Cina di abolire il tetto sul tasso d'interesse dei depositi bancari. Una mossa che porterebbe più denaro nelle tasche dei consumatori cinesi". All'inizio dello scorso mese People's Bank of China ha annunciato un rialzo - il quarto nel giro di sei mesi - di 25 punti base sui tassi d'interesse: i tassi sui depositi vengono così portati a quota 3,25% mentre quelli sui prestiti toccano quota 6,31%.


L'amministrazione Obama ritiene, inoltre, che la decisione del Dragone di mantenere il valore dello yuan artificialmente basso aiutando così gli esportatori cinesi non solo danneggia il commercio americano, ma allo stesso tempo rende più faticoso per Pechino combattere l'inflazione. Al contrario, permettere al renminbi di oscillare più liberamente, sostiene Geithner, aiuterebbe il governo a frenare l'inflazione. Lo yuan non è una divisa pienamente convertibile e nel 2008, allo scoppio della crisi, venne ancorata di fatto al dollaro, un blocco sollevato solamente nel giugno dello scorso anno. Da allora lo yuan-renminbi ha effettivamente guadagnato terreno sul biglietto verde raggiungendo il +10% contro il dollaro in termini reali e oggi, a Shanghai, lo yuan si è apprezzato a 6,4960 sul dollaro, segno che Pechino sta già utilizzando anche l'apprezzamento dello yuan come strumento per contrastare l'inflazione che ha visto l'indice dei prezzi al consumo, a marzo, crescere del 5,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno - ben al di là del tetto del 4% entro il quale il governo intende contenerlo per il 2011-.


Ma se da un lato Washington spinge per un ancor maggiore apprezzamento, certo che la Cina manipoli la valuta per ottenere dei vantaggi negli scambi con l'estero, dall'altro lato Pechino rinvia l'accusa al mittente e spinge sul freno sostenendo che quello della rivalutazione è un processo lento e graduale. Non solo. Lo yuan, hanno più volte sottolineato le autorità di Pechino, è una questione interna e pertanto non sono gradite intromissioni da parte di Paesi esteri. Una posizione che difficilmente abbandonerà nei prossimi due giorni. Dalla Cina arriva invece la richiesta di una maggiore apertura del mercato alle aziende cinesi e l'eliminazione delle restrizioni e di ostacoli legali e istituzionali lamentati dalla maggior parte delle compagnie del Dragone. In un rapporto stilato dal Centro studi sulla società asiatica e in particolare sulle relazioni tra Usa e Cina con base in America, si legge che gli investimenti cinesi negli Stati Uniti hanno superato i 5 miliardi di dollari; entro il 2020, invece, gli investimenti esteri del Dragone raggiungeranno i mille miliardi di dollari, gran parte dei quali confluiranno negli Usa.

 

Tuttavia, la strada che devono percorrere le compagnie cinesi che vogliono  investire in America è ricca di ostacoli, sostengono da Pechino, soprattutto nel campo dell'high tech. In risposta il segretario del Commercio statunitense Gary Locke ha già precisato che il mercato Americano è aperto agli investimenti provenienti dalla Cina, eccetto in quei casi che sollevano dubbi sulla sicurezza nazionale. Ed è sempre Locke a giocare in anticipo rispetto all'apertura del Dialogo Economico rincarando la dose: è la Cina che deve aprire il mercato alle aziende americane che sono spesso tagliate fuori da appalti o da interi settori a causa delle politiche adottate da Pechino per favorire le compagnie cinesi.  

 

di Sonia Montrella

 

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