Clinton alla Corea: risponderemo

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Resta alta la tensione sul 38° parallelo, mentre la crisi nella Penisola coreana rischia di coinvolgere sempre di più le grandi superpotenze.
«La Corea del Nord ha lanciato un'inaccettabile provocazione, contro cui la comunità internazionale ha la responsabilità e il dovere di rispondere», ha detto il segretario di stato americano, Hillary Clinton, ieri a Seul, ultima tappa della trasferta asiatica. La provocazione è l'affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan, colata a picco nel Mar Giallo il 26 marzo dopo essere stata colpita da un siluro lanciato da un sommergibile nordcoreano.
Il regime di Pyongyang ha negato fin dall'inizio ogni responsabilità nell'incidente. Ma un'inchiesta disposta dalla Corea del Sud, supportata dalle evidenze raccolte dai potenti satelliti spia americani, ha dimostrato in modo incontrovertibile che a sparare contro la nave fu proprio uno dei piccoli U-Boot in dotazione alla Marina nordcoreana.
Probabilmente, dicono gli esperti con una punta di malignità, Seul conosceva da tempo l'esito dell'indagine che incastra i cugini del nord con in mano la pistola fumante. Ma il presidente, Lee Myung-bak, ha pensato molto astutamente di tirare le prove fuori dal cassetto proprio in coincidenza del dialogo strategico ed economico tra Cina e Stati Uniti, svoltosi a Pechino nei giorni scorsi, in modo da mettere le due superpotenze di fronte al fatto compiuto proprio nel bel mezzo dei loro negoziati bilaterali.
Le parole pronunciate ieri a Seul dalla Clinton, che ha chiesto alla Cina di premere su Pyongyang perché esca dall'isolamento, fanno seguito alla secca condanna dell'atto di guerra nordcoreano pronunciata lunedì scorso da Barack Obama, e ribadiscono la ferma volontà di Washington di non lasciare cadere nel vuoto l'ennesimo colpo di testa di Kim Jong-il. Vista la piega presa dagli eventi nelle ultime ore, la Corea del Nord pagherà sicuramente salato l'affondamento della corvetta Cheonan. Non con un attacco militare, comunque: nonostante le roboanti minacce scagliate da Seul nelle ultime ore, la Corea del Sud non ha alcuna intenzione di passare alle vie di fatto contro Pyongyang.
In questo quadro, non resta che l'opzione delle sanzioni che nei prossimi giorni Seul chiederà alle Nazioni Unite. Chi, invece, continua a fare la voce grossa minacciando di gettare nella mischia le sue "invincibili armate" è Kim Jong-il. Ieri, dando seguito all'annuncio fatto martedì sera, il Caro Leader (il soprannome con cui la propaganda nordcoreana sostiene il culto della personalità del tiranno) è passato al contrattacco su tutti i fronti.
Ha congelato le relazioni con la Corea del Sud. Ha abrogato unilateralmente gli accordi di "non aggressione" stipulati ai tempi dell'armistizio di Panmunjon. Ha annunciato l'espulsione dei cittadini sudcoreani che lavorano nella zona economica speciale di Kaesong, dove negli ultimi anni molte aziende sudcoreane hanno realizzato massicci investimenti per delocalizzare le loro produzioni industriali a basso valore aggiunto. E ha minacciato di aprire il fuoco se la Corea del Sud continuerà a fare propaganda contro Pyongyang con i suoi potenti megafoni piazzati lungo la linea di confine che passa sul 38° parallelo, o tramite le trasmissioni radio a onde corte.
È da escludere, però, che Kim decida davvero di passare dalle parole ai fatti. Viste le forze in campo, infatti, per Pyongyang sarebbe un'autentica follia andarsi a scontrare contro un esercito che oggi, a differenza della guerra civile di sessant'anni fa, gli è superiore in tutto. «I nordcoreani sanno bene che, dopo aver colpito Seul che dista una settantina di chilometri dal confine, le loro armate resterebbero annichilite sulle posizioni di partenza - spiega un esperto militare - ecco perché in futuro le minacce di Kim potranno concretizzarsi al più in qualche altra azione dimostrativa».
E allora qual è il vero obiettivo di questa ennesima messa in scena di Kim Jong-il?, si chiede con inquietudine la comunità internazionale. Probabilmente, esibire i muscoli al mondo intero per apparire più forte sul fronte interno, in modo da assicurare la successione al potere del figlio Kim Jong-un. Una successione che non sarebbe vista di buon occhio dalla potente casta militare che, dopo sessant'anni di potere nelle mani dei Kim, vorrebbe finalmente assumere il controllo politico del paese.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'ESCALATION

La tensione
Il 26 marzo un siluro dell'esercito nordcoreano affonda la corvetta sudcoreana Cheonan nel Mar Giallo. Da allora i rapporti fra Pyongyang e Seul si sono fatti sempre più tesi. Il regime nordcoreano ha negato fin dall'inizio ogni responsabilità. Ma un'inchiesta disposta dalla Corea del Sud, appoggiata dalle evidenze raccolte dai potenti satelliti spia americani, ha dimostrato che a sparare contro la nave fu uno dei piccoli U-Boot della Marina nordcoreana
L'accelerazione
Lunedì il governo di Seul annuncia la sospensione delle relazioni intercoreane e il blocco commerciale. Nelle stesse ore ottiene l'appoggio politico e militare degli Stati Uniti. L'Onu intanto si dice pronto a prendere sanzioni contro il Nord. Due giorni fa, Pyongyang reagisce abrogando gli accordi di «non aggressione». Il presidente russo Dimitrij Medvedev ha chiesto al collega sudcoreano Lee Myung-bak di evitare ogni escalation della crisi

27/05/2010