Città-corridoio centri di sviluppo

Micaela Cappellini
La più visionaria di tutte è un vero azzardo politico: Pechino, Tokyo, Seul e Pyongyang, la capitale del chiusissimo regime nordcoreano, riunite in un unico, grande serpente metropolitano che si snoda lungo 1.500 chilometri e 77 cittadine, per un totale di 97 milioni di abitanti. La città senza confini, transnazionale, interconnessa da infrastrutture per i trasporti veloci di ultima generazione come conditio sine qua non.
Una chimera, con buona probabilità, quella che collega Pechino a Pyongyang. Ma questo succede solo se si stira il concetto fino agli estremi. Perché altrimenti l'idea degli esperti delle Nazioni Unite è promettente: il futuro delle megalopoli ha la forma dei "corridoi". Nel 2050 il 70% della popolazione mondiale abiterà in città. È ovvio che a forza di allargarsi, i centri urbani andranno a cozzare nel perimetro delle metropoli limitrofe. Tanto vale allora sfruttarle, queste sinergie fra grandi nuclei, guidando lo sviluppo in senso longitudinale, in modo da riempire la distanza che separa due metropoli con infrastrutture sinergiche. Purché i collegamenti stradali, ferroviari e metropolitani consentano di andare da un capo all'altro del corridoio in velocità.
Questo può essere un processo pilotato dalle autorità, ma può anche ingenerarsi spontaneamente. Prova ne è che alcuni corridoi urbani sono già tra noi. «È questa la storia della regione di Tokyo-Nagoya-Osaka – sostiene Tobias Just, della Deutsche Bank research – già oggi questa regione metropolitana ospita 34 milioni di persone, più di Grecia, Portogallo e Belgio messi insieme. È facile aspettarsi che un processo naturale di fusione fra grandi città si verifichi anche in Cina e in Brasile». L'ex celeste impero, secondo gli esperti dell'Onu, ha già iniziato sul delta del Fiume delle Perle. Il triangolo Hong Kong-Shenzen-Guangzhou è ormai un'unica area urbana interconnessa dove vivono e lavorano qualcosa come 120 milioni di persone, il doppio della popolazione italiana. Quanto al Brasile, il destino sembra segnato per l'area tra San Paolo e Rio de Janeiro.
I corridoi urbani - l'ultimo rapporto dell'Un-Habitat ne individua una quarantina – ospitano il 18% della popolazione mondiale, il 66% delle attività economiche e l'85% dell'innovazione scientifica e tecnologica. Sono un bacino di lavoratori e anche un mercato omogeneo per beni e servizi. Possono raggiungere estensioni geografiche anche impensabili, per il concetto tradizionale di megalopoli: gli esperti dell'Onu considerano corridoio urbano anche quello che renderà sempre più interdipendenti tra di loro le città indiane di New Delhi e Mumbai, distanti sulla carta ben 1.500 chilometri. Troppi per essere un'area residenziali omogenea, ma non per essere una filiera industriale altamente interconnessa.
In Malaysia la città longitudinale parte da Kuala Lumpur e raggiunge il porto di Klang, assicurando così alla capitale uno sbocco a mare. Ma anche il Continente nero avrà il suo corridoio. Andrà da Ibadan ad Accra passando per Lagos, sarà lungo 600 chilometri, taglierà quattro stati - Nigeria, Benin, Togo e Ghana – e rappresenterà l'asse dello sviluppo economico dell'Africa occidentale. Potrà anche accadere tuttavia che questi maxi-agglomerati assumano una forma più tozza, anziché allungata. Come una megalopoli che si allarga in tutte le direzioni a dismisura fino a diventare una città-regione. Sarà il caso per esempio di Bangkok che, secondo gli esperti dell'Onum entro il 2020 esploderà lungo un raggio di 200 chilometri dall'attuale centro. O di Cape Town, in Sudafrica, un cerchio il cui raggio sarà di 100 chilometri.
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20/04/2010