Cinesi conquistati dal made in Italy

di Luca Vinciguerra
Un giovanotto cinese va alla cassa e sborsa sull'unghia 515 yuan (un terzo della paga mensile di un operaio) per acquistare un bollitore in miniatura dell'Alessi. Dopo di che, afferra tre dischi di musica lirica, li osserva indeciso senza capirci troppo, e per non sbagliare li acquista tutti in blocco.
«Questo padiglione è così bello, che voglio portarmi a casa più ricordi possibili», dice gongolante dall'emozione.
A tre giorni dall'apertura dell'Expo di Shanghai, una cosa sembra già sicura: l'Italia ha fatto centro. Lo dicono i volti eccitati dei visitatori che, dopo un'ora di coda sotto il solleone di maggio davanti al Teatro Olimpico del Palladio, una volta varcata la soglia del palazzo tricolore divorano tutto con un'avidità incontenibile.
E lo confermano i numeri: nei primi tre giorni, il Padiglione italiano ha ospitato oltre 100mila persone; ciò significa che il 17% dei visitatori entrati finora all'Expo 2010 è sfilato davanti alla maestosa e imponente Isotta Fraschini posta nell'androne d'ingresso per porgere il benvenuto al pubblico. Si tratta di una percentuale elevatissima in considerazione delle dimensioni sterminate dell'area espositiva, del numero dei padiglioni presenti, e degli estenuanti tempi d'attesa.
«Sinceramente, non pensavamo di partire subito così forte – spiega Beniamino Quintieri, Commissario Generale del Governo italiano per l'Expo 2010 –. Siamo arrivati subito al massimo della capienza quotidiana. Ciò significa che la varietà e la ricchezza dell'offerta italiana hanno colpito la fantasia dei cinesi. E questo era proprio ciò che volevamo. Sono convinto che l'Expo 2010 contribuirà a far conoscere meglio l'Italia e le sue eccellenze ai cinesi».
Cinesi che, innanzitutto, restano affascinati dalla moda made in Italy: i pezzi più gettonati sono il gigantesco vestito rosso di Versace e il calzolaio di Ferragamo che, al riparo dentro un recinto di plexiglas, cuce le scarpe alla vecchia maniera degli artigiani. Poi dai motori, rappresentati dalla Ferrari ecologica, dalla 500 e dalla Vespa. E poi ancora dall'arte, presente a Shanghai con un'ampia declinazione di opere che va dalla Venezia dei dipinti del Canaletto ai paliotti polimaterici in oro e corallo del Barocco siciliano, dalle gigantografie delle piazze di De Chirico all'installazione sull'Italia delle Città concepita dal regista inglese, Peter Greenaway.
«È certamente il padiglione più attraente dell'Expo», dice Fred Hu, noto economista cinese e direttore generale di Goldman Sachs Greater China. «Stupefacente – gli fa eco David Ross, ex direttore del Moma di San Francisco e del Whitney Museum di New York –. Ciò che ho visto qui dentro non è neppure paragonabile a ciò che ho visto negli altri sei padiglioni che ho visitato».
Ciononostante, qualcuno ha storto il naso. Perché esportare sempre la stessa immagine stereotipata dell'Italia con le Ferrari, l'alta moda, il Colosseo e gli spaghetti? Non sarebbe stato meglio, piuttosto, mettere in mostra a Shanghai la tecnologia, il know how e la capacità d'innovazione delle imprese italiane?, si chiede il partito dei critici, composto da un'esigua minoranza che non ha apprezzato l'impostazione troppo storico-culturale del Padiglione italiano. Può darsi. Ma un diverso "posizionamento" sarebbe davvero servito? Posto che di tecnologia e d'innovazione nel palazzo disegnato dall'architetto Giampaolo Imbrighi ce n'è comunque molta (a partire dal cemento trasparente fornito dall'Italcementi), non bisogna dimenticare qual è il target dell'Esposizione Universale di Shanghai: i cinesi.
A differenza delle Olimpiadi di Pechino, la nomenklatura ha espressamente pensato, progettato e allestito l'Expo 2010 per il suo grande pubblico. Un grande pubblico composto perlopiù da gente comune, per la quale la kermesse shanghainese rappresenta un magico momento di svago per aprirsi una finestra sul resto del mondo.
È a questi cinesi che un domani potrebbero comprare le scarpe, i mobili, gli occhiali e il vino made in Italy, o venire da turisti nel Belpaese, che il sistema Italia dovrà parlare dalle rive del fiume Huangpu da oggi fino al 31 ottobre 2010.
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04/05/2010