Cina, terremoto nel Partito

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
L'improvviso sussulto riformista di Wen Jiabao. Il fantasma scomodo della Rivoluzione culturale che viene rispolverato dagli armadi della storia. Il siluramento di uno dei leader emergenti della nomenklatura rossa. Se è vero che più indizi fanno una prova, quanto accaduto in Cina nelle ultime ore non lascia spazio ai dubbi: all'interno della leadership si è aperta una vera guerra di potere, la prima dopo il feroce regolamento di conti che nel 1989 squassò il Partito comunista cinese durante la protesta studentesca di Piazza Tienanmen.
La prima testa a rotolare è stata quella di Bo Xilai, il potente, popolare e ambizioso segretario del Partito comunista di Chongqing. Mercoledì sera, l'ex ministro del Commercio balzato agli onori delle cronache nazionali per aver sgominato la mafia della megalopoli del West cinese, è stato rimosso dalla carica. «Il vice primo ministro Zhang Dejiang è il nuovo segretario del Partito comunista di Chongqing», ha annunciato uno stringato comunicato dell'agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina.
L'epurazione di Bo è avvenuta poche ore dopo la chiusura dell'Assemblea nazionale del popolo, la sessione annuale del Parlamento cinese. Ma, soprattutto, poche ore dopo il severo monito lanciato da Wen Jiabao: «Siamo in un momento cruciale: senza le riforme politiche, il Paese corre il rischio di rivivere tragedie dolorose come quelle della Rivoluzione culturale», ha avvertito il premier cinese durante la conferenza stampa al termine dei lavori dell'Assemblea.
La stessa Rivoluzione culturale di cui negli ultimi tempi Bo Xilai aveva rispolverato l'intero repertorio iconografico per promuovere la sua campagna contro la malavita organizzata di Chongqing. E anche per sostenere la sua auto-candidatura in vista della grande transizione ai vertici della leadership cinese che sarà sancita il prossimo ottobre dal diciottesimo Congresso del Partito comunista.
Ma il diavolo ci ha messo la coda, mandando in fumo le ambizioni del 62enne entrato in politico come figlio d'arte (suo padre, Yi Bo, fu un eroe della Lunga Marcia consacrato tra gli Otto immortali nella storia del Pcc) che puntava a entrare nel Comitato permanente del Politburo, la cabina di regia del potere cinese che il prossimo autunno verrà rinnovata per i sette noni dei suoi attuali componenti.
È una brutta storia dai contorni oscuri e controversi, legata proprio all'energica offensiva lanciata da Bo contro la criminalità di Chongqing. Qualcuno dice che lo zelante segretario del Pcc cittadino avrebbe approfittato dell'operazione per chiudere il conto con alcuni suoi avversari politici. Altri sostengono che nella Mani Pulite in salsa cinese sarebbero finiti ingiustamente anche degli imprenditori, mentre gli amici di Bo l'avrebbero fatta franca. Qualcuno, dando credito alle denunce di alcuni dissidenti in esilio, accusa il leader di Chongqing di aver condotto una ferocissima repressione contro gli esponenti del Falun Gong (una setta religiosa fuorilegge in Cina), arrivando perfino a espiantare gli organi di alcuni prigionieri.
L'unica cosa certa è che lo scorso febbraio Wang Lijun, ex-braccio destro di Bo e capo della polizia di Chongqing, è stato arrestato dopo aver tentato di chiedere asilo politico al Consolato americano di Chengdu. Wang, che secondo alcune indiscrezioni avrebbe fatto in tempo a consegnare agli americani un ponderoso dossier con tutte le malefatte del suo capo, è finito sotto inchiesta. E da quel momento la popolarità e il carisma di Bo Xilai sono andati in caduta libera.
Nella migliore tradizione del vecchio comunismo reale, l'atto di epurazione di Bo è arrivato con una sorta di messaggio in codice che pochi lì per lì hanno compreso. «Il Partito e il Governo di Chongqing devono riflettere e trarre insegnamento dall'incidente causato da Wang Lijun», ha detto mercoledì Wen Jiabao. Poche ore dopo, Bo è stato rimosso ufficialmente dall'incarico.
Il siluramento di uno dei pezzi da novanta della nomenklatura rossa proprio a pochi mesi dalla delicata transizione di potere scalfisce sicuramente l'immagine granitica (presunta o reale) del Partito comunista cinese. E apre una serie di pesanti interrogativi sul futuro politico del Paese, impossibili da decifrare con le classiche categorie del pensiero liberal-democratico occidentale. Oggi a Pechino è davvero in corso uno scontro ideologico su chi vuole cambiare le regole del sistema a partito unico, o si tratta solo di una banale guerra di potere? Chi sono i riformisti? Chi sono i conservatori? Chi è falco e chi è colomba? E soprattutto: cosa vogliono davvero i riformatori, i conservatori, i falchi e le colombe?
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I personaggi chiave


LA QUINTA GENERAZIONE

Il prossimo presidente
L'attuale vicepresidente Xi Jinping (nella foto) dovrebbe succedere al capo dello Stato, Hu Jintao. A ottobre il XVIII Congresso del Partito comunista sancirà una grande transizione di potere - la prima dal 2002 - con l'ascesa della cosiddetta Quinta generazione di comunisti cinesi. Non è ancora chiaro se Xi sia più vicino ai riformisti "liberal" o ai conservatori

I CONSERVATORI
Neo-maoismo
Bo Xilai (nella foto), il capo del Partito a Chongqing rimosso ieri a sorpresa dall'incarico, ha incarnato una visione moderna del maoismo imperniata su lotta alla corruzione e ritorno allo spirito egalitario della Rivoluzione culturale
Nel "modello di Chongqing" l'accento è sull'impresa statale più che su quella privata

I RIFORMISTI

Il monito di Wen
Il premier in carica, Wen Jiabao (nella foto), dovrebbe uscire di scena l'anno prossimo. Al Congresso del Popolo ha insistito sulla necessità di «riforme politiche» che aiutino l'economia in frenata. La Cina, ha detto, corre il rischio di ripetere la tragedia della Rivoluzione culturale se si incamminerà sulla strada sbagliata

16/03/2012