Cina: pugno duro di Wen contro l'inquinamento

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Pechino - In un perfetto circuito globale, la semplice accensione di un condizionatore d'aria a Pechino provoca la chiusura di una fabbrica nell'entroterra. Oppure l'avviamento di un'automobile causa l'abbandono di una ciminiera. Energia ed inquinamento sono facce della stessa medaglia e portano ad una conclusione drammatica: il paese consuma tanto, probabilmente troppo, sicuramente male. La Banca Mondiale e' stata impietosa nel rilevare la plateale differenza tra la Cina ed i paesi sviluppati nel consumo energetico a fini produttivi. Pechino conosce bene questo drammatico ritardo.
Aveva promesso una sostanziale riduzione dell' "intensita' energetica" - l'indice che ne misura l'efficienza ponendo in relazione i consumi con l'unita' di Pil - entro il 2010. Ora questo obiettivo appare irraggiungibile, perche' trascurato negli anni precedenti. Il Governo ha promesso il pugno di ferro per limitare i danni ed ha ordinato la chiusura di 2087 fabbriche, causa di sprechi ed inquinamento. Si tratta di cementifici, acciaierie, impianti per la metallurgia e la produzione della carta. Altre punizioni sono all'orizzonte per i non adempienti alle direttive di ottimizzazione: revoca delle licenze, blocco dei prestiti bancari, proibizione della terra comune per gli scarichi. Ad ottobre scatteranno le prime chiusure. L'ordine e' stato comunque gia' rispettato e in tutto il paese l'arretratezza inizia a coincidere con le dismissioni. Il tentativo della dirigenza e' contemporaneamente nobile e tardivo. Tende a migliore l'assetto produttivo, dove l'efficienza prende il posto dell'incessante immissione nel processo di input materiali.
Il tempo e le risorse non sono inesauribili; il loro rispetto e' essenziale se si vuole uscire da una dimensione materiale dello sviluppo. Tuttavia l'ambizione si scontra con le resistenze locali che vedono con timore le conseguenze di provvedimenti radicali sul reddito e l'occupazione. Trova inoltre un limite nel proprio passato, quando l'offerta incessante di merci ha guidato la crescita.
La preoccupazione di Pechino potrebbe celare un problema economicamente piu' grave: l'eccesso di capacita' produttiva. Esiste un'effettiva differenza tra offerta e domanda, riscontrabile nelle statistiche e palpabile nei fenomeni sociali. Una preoccupazione che inizia a trasferirsi sulla dinamica dei prezzi dell'acciaio: i prezzi dei future cedono terreno sul mercato di Shanghai per il timore che i tagli alla capacita' produttiva non siano sufficienti. Il Pil cinese deve la sua componente principale (oltre il 40%) agli investimenti. I 30 anni recenti sono stati una scorciatoia che ha compensato il ritardo di secoli. Hanno causato prosperita' e forza internazionale, in un processo titanico e autoalimentato. L'arricchimento ne ha certificato il successo. Anche nella crisi la maggioranza dei fondi stanziati dal governo si e' indirizzata verso gli investimenti. Il loro contributo alla crescita del 2009, l'anno della crisi, e' stato superiore al 90%. Di fronte a queste rilevazioni, il rischio all'orizzonte appare piu' momplesso e pericoloso. Per questo la scure di Wen Jabao, dopo aver fatto piacere agli ambientalisti, potrebbe lanciare un segnale di allerta per gli economisti. Sarebbe la conferma che il mercato interno, seppure in crescita, non e' ancora pronto ad assorbire l'eccedenza di merci non piu' destinata agli asfittici mercati internazionali.
* Presidente Osservatorio Asia