Cina primo mercato per Tokyo

Gianluca Di Donfrancesco
Dopo essere diventata il primo esportatore al mondo, scalzando la Germania, la Cina è ora anche il mercato di riferimento del Giappone, a scapito degli Stati Uniti. A dicembre, Tokyo ha visto crescere il suo export del 12,1% su base annua: è la prima volta che succede dal fallimento di Lehman Brothers, 15 mesi fa. E il carburante per questo balzo sorprendente l'hanno fornito proprio le vendite in Cina (che da tempo è anche il principale esportatore in Giappone).
Le esportazioni nei mercati asiatici sono aumentati del 31 per cento. Ma è stata l'espansione record registrata da Pechino nell'ultimo trimestre del 2009 a sostenere i fatturati di aziende come Honda e Xerox. L'export giapponese in Cina è infatti aumentato del 42,8%, a 1.071 miliardi di yen, guidato dalla domanda record per le automobili. Al contrario, le vendite sul mercato statunitense sono diminuite del 7,6%, a 833 miliardi di yen. In calo anche le esportazioni in Germania, Francia e Italia.
La ripresa giapponese, come quella globale, insomma è sempre più al traino di Pechino che già quest'anno si prepara a scavalcare proprio Tokyo come seconda economia al mondo (alle spalle degli gli Stati Uniti). Il dato sulle esportazioni nasconde però diversi punti deboli per il Giappone. La domanda globale è drogata dai duemila miliardi di dollari di incentivi pubblici messi in campo dai governi per uscire dalla recessione. Il loro effetto è destinato a esaurirsi, togliendo spinta alle economie vocate all'export. Il governatore della Banca centrale giapponese, Masaaki Shirakawa, lo ha già detto più volte, l'ultima delle quali martedì.
Inoltre, Pechino è preoccupata dal passo sostenuto della sua economia e per evitare surriscaldamenti e bolle sta moltiplicando gli sforzi per contenerla. Ieri, la più grande banca del paese, la Industrial and commercial bank of China, ha comunicato di aver congelato il rinnovo di alcuni prestiti, adeguandosi alle direttive ribadite una volta di più ieri delle autorità monetarie. Altri istituti di credito si erano già allineati nei giorni scorsi.
E Zhu Min, il vice governatore della Banca centrale, ha sottolineato che la politica monetaria cinese sarà finalizzata ad assicurare una crescita più equilibrata, aggiungendo che il target per il 2010 è tra l'8 e il 9 per cento. Mosse che, come spiega Hiroshi Watanabe, del Daiwa institute of research, finiranno per «rallentare la crescita delle esportazioni giapponesi». Il risultato in realtà potrebbe indebolire la già fragile ripresa globale, una prospettiva che i mercati valutari hanno già cominciato a scontare nelle quotazioni di monete considerate a basso rischio come dollaro e yen.
Lo yen, appunto, è il terzo punto dolente. Le aziende giapponesi avrebbero bisogno di una moneta più debole di quella attuale, che viaggia sotto quota 126 sulla valuta europea e sotto quota 90 rispetto a quella statunitense, avvicinandosi al minimo da 14 anni di 85 yen per dollaro, toccato a novembre. Ma le imprese erano già in allarme quando il biglietto verde era a 93 yen. Non a caso alla sua prima uscita, il ministro delle Finanze, Naoto Kan, aveva indicato in quota 95 il cambio ideale. Il fatto è che da allora, ed era il 7 gennaio, la moneta giapponese non ha fatto che apprezzarsi.
Il balzo delle esportazioni giapponesi risente inoltre del pessimo risultato registrato nel dicembre 2008, quando crollarono del 35 per cento. Su base mensile, l'incremento si riduce così al 2,5 per cento. Nell'intero 2009, l'export è diminuito del 33,1% e le importazioni sono scese del 34,9 per cento. Il surplus commerciale è cresciuto del 36,1%, dopo il crollo dell'80,9% accusato nel 2008.
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28/01/2010