Cina in pressing sulla Wto per i dazi sulle calzature

La Cina ha avviato all'Organizzazione mondiale del commercio una procedura contro la Ue per i dazi anti-dumping europei sulla scarpe cinesi. Ad annunciarlo è il ministero cinese del Commercio. «Le conclusioni Ue – ha spiegato un portavoce – violano le regole Wto e minano i diritti e gli interessi legittimi delle aziende cinesi».
La commissione Ue si limita a rispondere con diplomazia: «Ne prendiamo atto», ha commentato ieri il portavoce John Clancy, rilevando che i dazi imposti «non sono una forma di protezionismo», ma «un modo per combattere la competizione sleale». L'Unione europea ribadisce quindi la convinzione di essere nel giusto ed attende di vedere le reazioni in sede Wto.
«I cinesi facciano pure», spiega Vito Artioli, il presidente dell'Anci che rappresenta i calzaturieri italiani e che ha guidato una lunga battaglia a favore dei dazi. «Prima di chiedere il prolungamento per altri 15 mesi abbiamo fatto un'indagine certosina con la collaborazione delle nostre aziende per dimostrare che il dumping esisteva, eccome – racconta Artioli –. Sono sereno perché il nostro lavoro è stato fatto con un impegno e una completezza che non sono attaccabili. E anche per questo all'inizio di gennaio l'Unione europea ha preso la decisione di allungare i dazi».
Per la Cina, però, i dazi violano le regole del commercio internazionale e per questo il paese chiede l'avvio di una consultazione antidumping. «Non mi piace interessarmi di quel che accade in casa d'altri, ma a questo punto anche i cinesi dovranno presentare una documentazione così attenta e dettagliata come la nostra. Noi abbiamo dimostrato che c'era il dumping, la decisione è stata presa dai governi europei a ragion veduta».
Il prolungamento dei dazi sulle calzature in pelle provenienti da Cina e Vietnam, così come proposto dalla Commissione europea, nel tentativo di aiutare i produttori di scarpe dell'Europa meridionale a competere contro i prodotti a basso costo importati da marchi come Nike, Puma o Adidas, per l'Anci ormai è una battaglia alle spalle.
Alla fine dei 15 mesi saranno passati cinque anni da quando i dazi antidumping hanno iniziato ad essere applicati e «a quel punto io credo che anche i cinesi si saranno stancati. Il mondo uscirà dalla crisi cambiato e l'auspicio è che cambino anche i cinesi – osserva Artioli –. Le regole sono per tutti e tutti devono rispettarle».
La decisione è entrata in vigore il 3 gennaio scorso e impone alle calzature con tomaie in cuoio tasse tra il 9,7% e il 16,5% per quelle provenienti dalla Cina e del 10% per quelle importate nella Ue dal Vietnam. Secondo l'esecutivo Ue, la protezione commerciale ha aiutato a ridurre la quota di esportazioni da Vietnam e Cina sul mercato europeo delle calzature al 28,7% nei 12 mesi fino a fine giugno, dal 35,5% del 2005. In particolare, la fetta di mercato delle scarpe cinesi è scesa dal 22,9% al 18,5% mentre quella delle vietnamite dal 12,6% al 10,2 per cento. La proroga dei dazi era stata chiesta da molte associazioni dei produttori calzaturieri europei. Altre associazioni, in particolare l'Efa (European footwear alliance), si sono invece schierate con la Cina per la quale la decisione della Ue è basata su un'inchiesta discutibile e tende a penalizzare i consumatori europei. «Tutt'altro – risponde Artioli –. L'inchiesta è stata curata nei minimi dettagli e semmai è l'Anci che si occupa della difesa dei produttori e dei consumatori europei. Per questo nei prossimi mesi darò battaglia perché certi prodotti nocivi per la salute non vengano più utilizzati per fare le scarpe e soprattutto venga imposta l'etichettatura che stabilisce la provenienza dei manufatti».
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05/02/2010