Cina e Usa più vicine su Teheran

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Il capo negoziatore dei programmi atomici iraniani, Saeed Jalili, sbarca a Pechino. Hu Jintao conferma la sua partecipazione al vertice sulla sicurezza nucleare in programma a Washington il 12 e 13 aprile. Wen Jiabao e Angela Merkel fanno quattro chiacchiere al telefono sul dossier iraniano. E intanto l'ambasciatore americano all'Onu, Susan Rice, annuncia che la Cina è pronta ad «aprire negoziati seri» sui piani di sviluppo nucleare di Teheran.
A giudicare dal fermento delle ultime ore, si direbbe che l'Iran sia diventato all'improvviso una questione di grande interesse per il governo cinese. La posizione di Pechino sul tema è chiara da tempo: in Africa come in Sudamerica, in Asia come in Medio Oriente, la Cina non interferisce con gli affari interni di altri paesi sovrani. Ecco perché il Dragone, sebbene condivida il principio che l'Iran deve rispettare gli accordi internazionali di non proliferazione, è fermamente contrario alle sanzioni per punire gli Stranamore di Teheran. E su questo è pronto a dare battaglia alle Nazioni Unite.
Le ragioni che hanno spinto finora la Cina a sostenere incondizionatamente il regime di Mahmoud Ahmadinejad sono in realtà altre e assai più prosaiche: oltre il 50% del petrolio importato dalla Cina proviene dal Golfo Persico, e circa il 12 dall'Iran, un paese con il quale, grazie al potere dell'oro nero, la Cina ha stabilito una fitta e proficua rete di relazioni economiche e commerciali.
Ciononostante, sostiene qualche osservatore, ora l'atteggiamento di Pechino potrebbe cambiare. A ben guardare, infatti, oggi la nomenklatura avrebbe almeno due buone ragioni per ripensare il proprio appoggio incondizionato all'Iran.
La prima. Qualora la Casa Bianca decidesse di chiedere alla comunità internazionale il varo di nuove sanzioni contro Teheran, la Cina potrebbe bloccare la risoluzione esercitando il diritto di veto all'Onu. Ma un gesto così clamoroso e dirompente sul piano politico risulterebbe poco efficace sul piano pratico, perché Washington e i suoi alleati potrebbero comunque aggirare l'ostacolo tagliando i viveri all'Iran per altre vie.
La seconda. Oggi le relazioni tra Cina e Stati Uniti sono molto tese. È come se la grande crisi economico-finanziaria avesse portato in superficie una serie di questioni irrisolte, sulle quali i vecchi e i nuovi padroni del mondo si ritrovano a dialogare da posizioni nettamente antagoniste: Taiwan, i diritti umani, l'ambiente, i dazi doganali, la convertibilità dello yuan.
Un antagonismo che Barack Obama ha deciso di cavalcare in vista delle elezioni di medio termine del prossimo autunno. La Cina, insomma, è diventata il capro espiatorio dei mali che affliggono l'economia americana. Il tiro al bersaglio contro il nemico cinese è diventato talmente intenso che il 15 aprile, su esplicita richiesta di un folto gruppo parlamentare bipartisan, il dipartimento del Tesoro americano dovrà dichiarare ufficialmente se pensa che Pechino stia manipolando il valore dello yuan a scopi protezionistici oppure no. Un parere positivo, ovviamente, aprirebbe la strada a ritorsioni contro le esportazioni di made in China in America.
Questo è uno scenario che preoccupa molto il governo cinese. La nomenklatura è perfettamente consapevole della stretta dipendenza dell'economia cinese dalla domanda Usa: nonostante la batosta della crisi, gli americani sono i più voraci consumatori delle merci prodotte oltre la Grande Muraglia. Se Washington dovesse decidere davvero di alzare le barricate contro il made in China, dunque, per Pechino sarebbero guai seri.
Per questo motivo, in queste ore tutte le energie della leadership cinese sono indirizzate a evitare una guerra commerciale con l'America. Il che significa di necessità venire a patti con l'agguerrita amministrazione Obama. Come? La rivalutazione dello yuan sarebbe la via più rapida e diretta. Ma così facendo, proprio ora in vista del fatidico verdetto del 15 aprile, Pechino rischierebbe di perdere la faccia e di mostrarsi debole al cospetto di Washington.
Servirebbe una carta altrettanto pesante sul piano politico, ma da giocare sottobanco. Come, appunto, il nucleare iraniano. In fondo, basterebbe un semplice scambio di favori: la Cina dovrebbe sostenere in qualche modo un'equa risoluzione americana contro il regime di Ahmadinejad; gli Stati Uniti dovrebbero riporre nel cassetto le accuse di manipolazione valutarie contro Pechino.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

02/04/2010