Cina e Taiwan abbattono le barriere commerciali

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Cina e Taiwan si abbracciano nel nome del business. Ieri le due vecchie nemiche, separate ormai da oltre sessant'anni, hanno siglato un accordo commerciale che prevede l'abbattimento delle tariffe su circa 800 prodotti e apre le porte del mercato cinese alle aziende taiwanesi operanti in una decina di attività del settore servizi.
«È un accordo storico», hanno commentato all'unisono Pechino e Taipei mettendo le firme al patto commerciale (si veda Il Sole 24 Ore del 25 giugno) che, sulla carta, dovrebbe imprimere una forte accelerazione agli scambi tra le due sponde dello Stretto che oggi ammontano complessivamente a circa 100 miliardi di dollari l'anno.
In effetti, dopo l'apertura dei collegamenti diretti navali e aerei decisi nel 2008, la stretta di mano di ieri rappresenta un'altra tappa cruciale nel processo di riconciliazione tra le due anime rivali - quella comunista e quella nazionalista - che dominarono la scena politica cinese negli anni 30 e 40. Non è un caso che, per evocare il significato simbolico del patto, ieri i rappresentanti delle due Cine (ma guai a chiamarle così, perché per Pechino di Cina ce n'è una sola) siano volati fino a Chongqing.
La grande città dell'Ovest, che durante la seconda guerra mondiale diventò la roccaforte della resistenza contro le truppe d'occupazione giapponesi, al termine del conflitto ospitò lo storico incontro tra Mao Tse-tung e il generale Chiang Kai-shek con cui i due leader cercarono di negoziare una tregua nella sanguinosa guerra civile in corso da anni tra le armate comuniste e quelle del Kuomintang. La trattativa fallì, i cannoni tornarono a tuonare e il feroce scontro fratricida si protrasse fino al 1949, quando la vittoria delle armate maoiste costrinse i fedelissimi del Generalissimo a riparare sull'isola di Formosa, dove costituirono la cosiddetta Cina nazionalista.
Oggi, grazie soprattutto allo sforzo per distendere le relazioni con la Cina prodotto negli ultimi due anni dal presidente taiwanese, Ma Ying-jeou, di quel periodo resta solo il doloroso ricordo. L'accordo siglato ieri a Chongqing è lì a dimostrarlo. Ma chi ci guadagnerà di più dal patto commerciale? A giudicare dalle stime (i protagonisti sono stati molto avari di dettagli), Taipei è certamente la vincente sul piano economico. L'accordo, infatti, prevede l'abbattimento dei dazi doganali su 539 prodotti taiwanesi in ingresso sul mercato cinese, e di 267 beni made in China in ingresso su quello di Formosa. Su questa base, l'azzeramento dei dazi sulle esportazioni taiwanesi verso Pechino dovrebbe valere 13,8 miliardi di dollari, mentre quello cinese è stimabile nell'ordine di 2,9 miliardi.
Ma sul piano politico la vincente è senza dubbio Pechino. L'accordo tariffario gli consente di stringere ulteriormente la morsa sull'isola. E non è poco. La Cina, infatti, non è l'Unione europea. Qui sulle due sponde dello stretto si parla da secoli la stessa lingua, si affondano le radici nella stessa cultura, si condividono le stesse tradizioni. Con queste premesse la creazione graduale di un grande mercato unico potrebbe davvero rappresentare un passo cruciale di un lento ma progressivo processo di riunificazione tra la madrepatria e la sua "provincia ribelle".
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30/06/2010