Cina e India: sul clima non accettiamo vincoli

Adriana Cerretelli
L'AQUILA. Dal nostro inviato
Con una decisione comune senza precedenti, le maggiori economie industrializzate ed emergenti, Cina e India comprese, hanno riconosciuto ieri all'Aquila la necessità di limitare il riscaldamento del clima a 2 gradi Celsius rispetto ai livelli del 1900. E di lavorare da qui a dicembre, quando si riunirà la conferenza Onu di Copenaghen sul post-Kyoto, «per identificare un obiettivo globale di riduzione sostanziale delle emissioni di C02 entro il 2050». Niente accordo, invece, su quello sottoscritto il giorno prima dal G-8, che prevede il taglio generalizzato dei gas serra del 50% (con l'80% e più a carico degli industrializzati) entro il 2050. Il target non è stato accolto dal gruppo allargato del Mef, per l'opposizione dichiarata di Pechino e Nuova Delhi.
«Abbiamo fatto importanti passi avanti in vista dell'appuntamento di Copenaghen. Non ci aspettavamo di risolvere in un minuto e nemmeno in un summit un problema di questa portata. Il cambiamento climatico è una delle grandi sfide del nostro tempo, la scienza è chiara, il suo impatto non può più essere ignorato» ha dichiarato Barack Obama. Insieme a Silvio Berlusconi il presidente americano ha presieduto ieri la riunione dei 16 paesi del Major Economies Forum, il gruppo formato da G-8 (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Russia), G-5 (Cina,India, Brasile, Messico e Sudafrica) oltre che da Indonesia, Australia e Corea del Sud.
«Abbiamo avuto oggi una buona partenza ma su questo terreno i progressi non saranno facili. Dobbiamo però combattere la tentazione dei cinismo pur sapendo che ciascuno dei nostri paesi ha le sue priorità e le sue costrizioni politiche interne» ha continuato Obama aggiungendo che ormai «gli Stati Uniti sono pronti ad assumersi le proprie responsabilità», dopo gli anni del grande rifiuto dell'Amministrazione Bush.
«Saluto con grande piacere il ritorno della leadership globale dell'America», ha immediatamente commentato il premier australiano Kevin Ruud intervenendo alla conferenza stampa per presentare il lancio nel suo paese dell'Istituto globale per la cattura e lo stoccaggio del Co2. La nostra ambizione, ha ribadito il presidente francese Nicolas Sarkozy, «è riuscire a far passare a Copenaghen il traguardo del taglio del 50% delle emissioni, fermo restando che ogni paese contribuirà in funzione della sua popolazione e del suo Pil». Per Berlusconi «ora si può guardare con ottimismo al dopo-Kyoto».
In realtà quella che è cominciata ieri è una corsa ad ostacoli. Il merito del vertice dell'Aquila è di aver dato il primo vero fischio d'inizio. Con l'ingresso ufficiale dell'America in una gara finora tutta europea, sia pure con tutte le incognite che aspettano Obama in Congresso. Insieme a Canada, Giappone e Russia, cioè gli altri membri del G-8 che, nonostante dubbi e riserve, hanno accettato per la prima volta di quantificare in cifre l'impegno al graduale disinquinamento del pianeta.
Poi ieri il coinvolgimento, essenzialmente ancora politico-simbolico, dei grandi paesi emergenti, quelli che con le rispettive ansie di sviluppo, promettono di essere i maggiori inquinatori del futuro. Nulla è garantito per i loro impegni futuri. Però è un primo segnale. Che il mondo industrializzato intende coltivare con cura. Non a caso la dichiarazione del Mef non solo parla di «responsabilità comuni ma differenziate» ma prevede di sostenere lo sforzo dei paesi in via di sviluppo con l'assistenza finanziaria e il trasferimento di tecnologie necessari a sfatarne molti timori. Essenzialmente quello che meno emissioni significhino per loro anche meno sviluppo.
In questa partita dagli esiti ancora incerti e nella quale l'irruzione della crisi economico-finanziaria globale sembra fatta apposta per complicare ulteriormente le cose, sono indubbiamente Cina e India i due paesi da conquistare alla causa. La loro riluttanza resta esplicita insieme alla richiesta prepotente di aiuti agli industrializzati. E di chiari impegni intermedi per la riduzione delle emissioni. La rivoluzione industriale che passa per l'economia a bassa emissione di carbonio è anche per loro la nuova frontiera dello sviluppo. Obama l'ha ricordato ieri senza giri di parole. Questa potrebbe essere la chiave per convincerli a entrare nel gioco, con tutti i supporti indispensabili a invogliarli. Potrebbe ma si vedrà.
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DOMANDE & RISPOSTE



Cosa implica l'obiettivo di contenere l'aumento della temperatura entro i due gradi centigradi?
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Il nodo centrale dell'intesa raggiunta a L'Aquila sta in questo obiettivo condiviso da Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo. Secondo gli esperti, con un aumento della temperatura planetaria media di 2 gradi (da inizio Novecento a oggi siamo già a +0,7 gradi) il pianeta rischia effetti climatici non lineari, potenzialmente avvicinandosi alla soglia dei effetti senza ritorno.



Di quanto dovranno essere ridotte le emissioni, per centrare l'obiettivo del 2%?
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Secondo le prescrizioni dell'Ipcc, che le diplomazie di tutti i Paesi del mondo hanno rivisto e controfirmato, per centrare quel target massimo di aumento della temperatura è necessario che le emissioni di CO2 vengano dimezzate entro metà secolo. Ma Cina e India non accettano questi impegni.



Come raggiungere un'intesa globale se i Paesi in via di sviluppo non accettano impegni
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Questa sarà la questione- chiave per raggiungere il successo al summit Onu di Copenhagen, a dicembre, vero obiettivo finale del vertice di ieri. I Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo si aspettano ingenti finanziamenti

10/07/2009