Cina e India: prorogare Kyoto

Jacopo Giliberto
COPENHAGEN. Dal nostro inviato
I paesi in crescita contro i paesi industrializzati. I ribelli dell'ambiente sono capeggiati dalla Cina, che ama collocarsi ancora tra i paesi in via di sviluppo anche se ormai è la grande fabbrica del mondo. Chiedono che non si faccia il grande trattato unico, globale e vincolante per tutti (poveri compresi) sul clima a cui puntano gli Usa e i paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto. No, il Protocollo di Kyoto non va sostituito da un nuovo accordo; tutt'al più – dicono i paesi meno industrializzati – il vecchio accordo contro il cambiamento del clima può essere aggiornato, ritoccato. Non di più. Si rafforza così alla Cop15 dell'Onu sul clima in corso in Danimarca la strada del doppio binario negoziale, del "double track" anticipato dal Sole 24 Ore di ieri. Un accordo globale per i paesi ricchi, un accordino senza particolari impegni per i paesi meno industrializzati, i quali tifano per la sopravvivenza del Protocollo di Kyoto oltre la scadenza del 2012 (fino al 2017 e oltre) perché non impone loro alcun vincolo e invece incentiva il trasferimento di tecnologie e di investimenti dai paesi ricchi.
I due sentieri negoziali, qualora questa doppia corsia dovesse continuare, potrebbero riunirsi in futuro nel grade trattato che impegna tutti, proposto dai paesi industrializzati.
È una questione ambientale, certo. Si parla della salvezza del pianeta, chiaro. Ma la divisione è soprattutto economica. Sui finanziamenti dal mondo ricco verso i paesi meno sviluppati per gli aiuti alla crescita "pulita". E su finanziamenti e trasferimenti di tecnologia di gioca la partita di fondo del negoziato nel polo congressuale del Bella Center, alle porte della capitale danese.
Ieri è circolata (e il quotidiano parigino Le Monde ne ha messo sul sito web una copia) una delle decine di proposte elaborate nelle sessioni preparatorie della Cop15, ed è una traccia di accordo per salvare Kyoto ed evitare un trattato mondiale che vincoli tutti agli stessi impegni. La Cina, in associazione con India, Brasile, Sudafrica e Sudan in rappresentanza dei paesi poveri riuniti nel G-77, nel documento confermano la validità di Kyoto, acconsentono di prolungarne la validità e propongono un nuovo impegno dei paesi sviluppati per ridurre le emissioni del 40% entro il 2020 rispetto al 1990 (a titolo di confronto, ieri il presidente Nicholas Sarkozy ha proposto un taglio del 30% delle emissioni). E agli Usa viene chiesto di adeguarsi «agli sforzi degli altri». Per i paesi poveri invece resta prioritaria l'uscita dalla povertà. Il presidente boliviano Evo Morales ha rafforzato il fronte dei ribelli: facciamo pagare ai paesi capitalisti il loro debito, ha detto.
Ma quali risorse dare ai paesi riottosi per convincerli a impegni vincolanti sul fronte delle emissioni in cambio di investimenti? Il consiglio dei ministri europei in corso a Bruxelles oggi potrebbe decidere un fondo iniziale fra 1 e 3 miliardi di euro l'anno (fino a 6 miliardi in tre anni), ma da George Soros, l'esponente meno convenzionale del mondo della grande finanza, ieri alla Cop15 è uscita la proposta di usare il Fondo monetario internazionale. C'è bisogno di ben altro: cento miliardi di dollari. Le nazioni sviluppate – dice – potrebbero destinare a progetti salvaclima nei paesi poveri una parte dei loro 283 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo dell'Fmi. «Quello che manca però – ha ammesso con lucido pessimismo Soros – è la volontà politica». L'associazione ambientalista Greenpeace ha accolto con favore la proposta: «Il denaro – ha detto il direttore generale, Kumi Naidoo – è una delle chiavi per un buon risultato a Copenaghen».
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11/12/2009