Cina e Brasile voltano pagina

I dati Usa sul mercato del lavoro relativi al mese di maggio confermano quello che i mercati intuiscono ormai da alcuni mesi: la situazione economica contingente è ancora molto deteriorata, ma i segnali di rallentamento della crisi lasciano ben sperare per il futuro.
Il tasso di disoccupazione negli States è ai massimi da 26 anni a questa parte, balzato al 9,4% dall'8,9% del mese precedente, tuttavia l'occupazione nel settore non agricolo è scesa a maggio "solo" di 345mila unità, una contrazione nettamente inferiore a quella preventivata di una perdita di 520mila posti. Non solo, ma anche il dato di aprile è stato rivisto in senso migliorativo, da -539mila a -504mila unità. I commenti degli esponenti della Fed convergono nel senso di un, prudente, clima di miglioramento. Il presidente della Fed di Cleveland, Pianalto, ha dichiarato che il declino economico ha iniziato a moderare il suo ritmo di progresso e che già nella seconda metà dell'anno si dovrebbe assistere a un recupero della produzione e delle vendite, pur in presenza di consumi ancora deboli. Addirittura Dennis Lockhart, presidente della Fed di Atlanta, ritiene che la Fed potrebbe tornare a una politica monetaria più restrittiva della attuale prima del previsto pur mantenendo quella di alleggerimento quantitativo.
Diversa la condizione in Europa, dove la recessione ha iniziato a picchiare più tardi che negli States. La Bce, che per il momento definisce il tasso di riferimento come "appropriato", potrebbe deciderne una ulteriore limatura di 25 punti base nella seconda metà dell'anno. Se negli Usa si parla infatti di rallentamento della fase di declino, da noi vengono riviste al ribasso le stime di crescita e inflazione. La Bce si attende nel 2009 un calo del Pil del 4,6%, dello 0,3% nel 2010, con i prezzi al consumo in crescita dello 0,3% nel 2009 e dell'1% nel 2010. Ma se gli States usciranno dalla crisi la domanda da porsi non è se anche l'Europa ce la farà, ma solo quando. Difficile immaginare infatti che le due aree percorrano binari separati per tempi lunghi. Un divario di un paio di trimestri per registrare anche da noi gli stessi segnali di rallentamento del peggioramento è quello che è plausibile attendersi.
I mercati azionari, tentando di anticipare la ripresa economica, sono in fibrillazione e non perdono occasione per puntare al rialzo, leggendo i dati macro americani in uscita in chiave positiva e trasferendo questa positività anche sui listini del Vecchio Continente. Potrà durare ancora questa luna di miele? Non esiste il rischio che le Borse debbano fare un brusco dietro-front nel caso la recessione si dimostri più radicata di quanto appare?
Una evidente dichiarazione di fiducia nel futuro l'ha messa sul piatto il mercato cinese: i record di volumi messi a segno dall'indice Shenzen in concomitanza con la chiara accelerazione rialzista di inizio giugno sono un segnale difficile da ignorare anche per il più accanito pessimista. L'indice della Borsa cinese ha più che raddoppiato il proprio valore negli ultimi sei mesi, recuperando il 40% circa di quanto lasciato sul terreno dai massimi di fine 2007. E' forse ancora prematuro parlare di ripresa del trend rialzista di lungo termine, tuttavia l'indice ha messo ormai tra sé e i minimi di fine 2008 uno spazio tale che appare difficile possa essere nuovamente eroso da un ritorno della negatività. Questo significa che con buona probabilità i minimi dello scorso ottobre rappresentano il punto più basso della discesa e che, anche in presenza di correzioni, l'indice ha ormai intrapreso una scala al rialzo.
Considerazioni simili si possono avanzare anche per un altro degli indici di Borsa che tipicamente funzionano da apripista per i movimenti dei principali listini, ovvero quello che fotografa la Borsa brasiliana. L'indice Bovespa ha ritracciato con i massimi di inizio giugno più della metà di quanto perso nel corso del 2008, mettendo a segno un rialzo, dai minimi di ottobre, del 90% circa. Anche in questo caso pensare che, pure a fronte di correzioni, tutti i guadagni accumulati nell'ultimo semestre vengano completamente annullati appare poco realistico. Se poi l'indice riuscisse a spingersi oltre i 58.000 punti ecco che dovremmo iniziare a concentrarci non tanto sul target da raggiungere (massimi dello scorso anno in area 74.000) quanto piuttosto sui tempi necessari ai corsi per riportarsi su quei livelli.
I listini dei Paesi maggiori non presentano un quadro grafico così netto, (lo spazio percorso dai minimi di marzo è ancora troppo esiguo rispetto alla discesa precedente per cancellare il dubbio che si tratti solo di correzioni), tuttavia vi sono indizi, come il superamento della media mobile a 200 giorni, che lasciano ben sperare, come nel caso dell'S&P 500 che dovrà però accelerare al rialzo nel breve lasciandosi alle spalle gli ostacoli a 9.500 circa e più in alto quelli di area 10.000 per dimostrare di avere davvero intenzioni serie. Discorso analogo per il Dax il cui punto di svolta è posizionato a ridosso dei 5.400 punti.
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15/06/2009