Cina contro Usa per i dazi sui tubi

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
L'imminente arrivo di Barack Obama in Cina non spegne i fuochi di guerra tra Pechino e Washington. Una guerra commerciale combattuta da tempo a colpi di parole, invettive e minacce di ritorsione. Ma anche, e sempre di più, a colpi di provvedimenti, come i dazi preliminari sulle importazioni di tubi in acciaio made in China varati giovedì sera dal dipartimento del Commercio statunitense con l'obiettivo di mettere un freno al dumping di prodotti siderurgici cinesi sul mercato americano.
«La Cina si oppone risolutamente all'abuso di misure protezionistiche e, quindi, prenderà tutte le misure necessarie per proteggere gli interessi delle industrie domestiche», ha ammonito ieri Pechino, replicando al provvedimento antidumping che la Casa Bianca aveva già annunciato ai primi di settembre. E per rispondere su un terreno più concreto, il governo cinese ha disposto l'apertura di un'indagine sull'import dei veicoli di cilindrata superiore a 2000 cc e dei Suv che, secondo Pechino, sarebbero più competitive grazie agli ingenti sussidi pubblici ricevuti nell'ultimo anno dall'industria statunitense.
Il tenore della replica di Pechino alla mossa dell'Amministrazione Obama è identico a quello utilizzato due mesi fa quando Washington ventilò per la prima volta l'introduzione di dazi sulle importazioni di tubi in acciaio. Il seguito della nota, però, è più conciliante rispetto ad allora. Certo, 2,6 miliardi di dollari di giro d'affari (a tanto ammonta l'export di tubi cinesi negli Usa) non sono uno scherzo, soprattutto se la prospettiva è un dazio all'ingresso che potrebbe arrivare fino al 99% del valore. Tuttavia, per il governo cinese l'imminente arrivo di Obama (domenica 15) ha una valenza economica e politica ben maggiore della singola diatriba commerciale. «La nostra speranza - prosegue il comunicato - è che gli Stati Uniti rivedano le loro posizioni e riconoscano alla Cina lo status di economia di mercato».
Questa volta, insomma, la posta in gioco è più alta e va ben oltre l'imposizione di dazi, quote e tariffe protezionistiche su questo o quel prodotto. La Cina chiede esplicitamente a Obama di sdoganarla dalla condizione di economia emergente, e di riconoscerla come un sistema economico aperto che funziona a tutti gli effetti secondo le regole del capitalismo puro. Se ciò accadesse, la Cina conquisterebbe lo status di economia di mercato ben sette anni prima rispetto alla data ultima (2016) fissata quando il paese aderì alla Wto.
Non sarebbe una conquista formale. Con tale riconoscimento, infatti, il made in China non sarebbe più considerato il prodotto di un sistema industriale caratterizzato da una struttura di costi (lavoro, trasporto, finanziamenti) tipica di un paese in via di sviluppo. Il che costringerebbe i partner commerciali ad adottare dei criteri diversi nel valutare presunti casi di dumping.
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07/11/2009