Cina batte Stati Uniti nell'industria verde

Banchetti con coperte verdi, spillette, borse di pezza e sole che ride. All'ultima assemblea nazionale del popolo di marzo, quando il premier Wen Jabao aveva solennemente annunciato che l'economia cinese doveva crescere dell'8% nel 2010, l'anima ambientalista sfoggiata dal governo cinese era ben rappresentata da tutta l'iconografia occidentale in materia.
Wen ha mantenuto la promessa, l'economia cinese ha superato il Giappone ed è diventata la seconda al mondo. Ora il New York Times scopre che la Pechino verde non si è fermata ai banchetti. In una lunga inchiesta, il quotidiano americano indaga il boom dell'energia pulita che fa della Cina il primo produttore mondiale: a Changsha, provincia in cui è nato Mao Zedong, aziende sempre più numerose sfornano pannelli solari mentre il business americano ed europeo in difficoltà taglia posti di lavoro e stringe alleanze con partner cinesi.
Una svolta ammirevole se non fosse - denuncia il New York Times - che Pechino aiuta l'export di queste aziende violando le regole della World Trade Organization. Alla Hunan Sun-Zone Optoelectronics, ad esempio, le autorità hanno venduto a un prezzo promozionale nove ettari di terreno vicino al centro città, così la compagnia nata due anni fa ha potuto ridurre i costi e diventare più attraente per gli investitori. La Sun-Zone è stata inoltre messa nelle condizioni di raddoppiare la produzione, con prestiti dalle banche a tassi d'interesse bassi e comodissime condizioni di rimborso. I sussidi all'export della Sun-Zone - continua il New York Times - non sono l'eccezione ma la regola. Così si violano le regole della Wto sugli aiuti dei governi agli esportatori, dichiara Charlene Barshefsky, l'ex consulente della seconda amministrazione Clinton che ha negoziato l'ingresso della Cina nella Wto nel 2001. Da allora Pechino non ha rispettato le regole Wto secondo cui i governi dovrebbero dichiarare ogni due anni gli aiuti locali e statali: nei primi quattro anni ha presentato una lista che elencava solo gli interventi statali e ignorava quelli locali e provinciali, più capillari e meno controllabili. Tutto ciò è solo parte di un'offensiva che include interventi quotidiani sul mercato valutario: il governo di Pechino spenderebbe un miliardo al giorno per piazzare meglio l'export cinese sui mercati stranieri.
Il gioco è chiaro ma non è detto che qualcuno voglia rovinarlo. Pare che molte multinazionali e associazioni di aziende che lavorano con l'energia pulita non abbiano alcuna voglia di sollevare il caso per paura di vendette e boicottaggi da parte delle autorità cinesi.
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Tecnologia pulita made in Pechino
Leader mondiale
La Cina è diventata leader mondiale nella produzione di pannelli solari: è presente nei principali mercati e ha il completo controllo del mercato interno
Protagonista all'estero
Il grafico a sinistra mostra in gigawatts come negli anni 2007-2009 le aziende cinesi abbiano aumentato la presenza nei mercati degli Usa e della Germania. Dal 2001 Pechino è entrata nella World Trade Organization, l'organizzazione sovranazionale che si occupa di fissare le regole di commercio e import-export
Il business del vento
Fino alla fine dell'anno scorso, la Cina pretendeva che le turbine eoliche vendute in patria dovessero essere fatte al 70 per cento da materiale locale. Nonostante le compagnie straniere abbiano seguito queste regole, il governo cinese ha sempre favorito i contratti con i produttori locali. Nel 2009 la sproporzione a favore delle aziende interne è triplicata

10/09/2010