Cina-Australia: dopo le liti gli affari

Barbara Pezzotti
WELLINGTON
Accuse di spionaggio industriale e bracci di ferro sui diritti umani. Le relazioni politiche tra Australia e Cina non sono mai state così tese, eppure ciò non ha impedito la firma dello storico accordo ExxonMobil-Petrochina sulla fornitura di gas naturale a Pechino. Insomma, business as usual? Sembra proprio di sì: lo scollamento tra i rapporti politici e quelli commerciali si allarga sempre di più, in una fase in cui, secondo gli analisti, la Cina non può fare a meno delle risorse naturali australiane e Canberra non può rinunciare all'interscambio con Pechino. Così, fra gli altri segnali, proprio in questi giorni di grande tensione bilaterale è stato invece annunciato un nuovo round dei negoziati per raggiungere un accordo di libero scambio tra i due Paesi.
Il rilancio dei negoziati (si tratta del quattordicesimo round di un processo iniziato nel 2005) avrà luogo il mese prossimo a Pechino e includerà un punto spinoso per i cinesi, ovvero l'agricoltura. I progressi finora sono stati lenti, soprattutto per la riluttanza della Repubblica popolare a includere nell'accordo i prodotti agricoli e per il timore degli australiani di aprire troppo sul fronte degli investimenti cinesi nelle risorse naturali, di cui il Paese-continente è ricco. Nel dare l'annuncio, il ministro australiano per il Commercio Simon Crean ha minimizzato le tensioni politiche tra i due Paesi, sostenendo che il rapporto con la sua controparte, il ministro Chen Deming, resta «franco e cordiale». I rapporti commerciali fra i due Paesi sono ammontati a 53 miliardi di dollari Usa nel 2008.
Una vivace attività finanziaria e commerciale. È di pochi giorni fa l'annuncio della vendita a PetroChina di 45 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (Gnl) provenienti dai giacimenti sottomarini di Great Gorgon, al largo del Western Australia per la cifra record di 50 miliardi di dollari australiani (30 miliardi di euro). Lo storico deal ha conquistato le pagine dei principali quotidiani mondiali, ma in questi mesi Pechino ha anche agito più discretamente, ma massicciamente, investendo nelle risorse naturali australiane allo scopo, non tanto segreto, di controllare i prezzi di mercato. I cinesi, infatti, bruciati dal mancato accordo con la mineraria Rio Tinto (che ha preferito stringere i legami con la rivale australiana Bhp Billiton), hanno abbandonato l'idea di attuare controverse e vistose joint-ventures e si dedicano a operazioni di supporto alla crescita australiana e deal politicamente meno sensibili. Ad esempio, in cambio di 6 miliardi di dollari Usa in investimenti, l'industria cinese dell'acciaio ha ottenuto uno sconto del 3% sulle forniture di minerali ferrosi dalla Fortescue Minerals di Andrew "Twiggy" Forrest. L'annuncio dell'accordo segue l'acquisto da parte di China Yanzhou Coal della carbonifera Felix Resources per 3,5 miliardi di dollari australiani (2 miliardi di euro).
Questi investimenti arrivano in un momento di tensione a seguito del fermo in Cina di quattro dipendenti di Rio Tinto, con l'accusa di spionaggio. Altro motivo di scontro è stata la concessione del visto d'ingresso in Australia di Rebya Kadeer, uno dei leader della protesta della minoranza etnica musulmana degli uiguri nella Repubblica popolare, che ha portato alla cancellazione, da parte cinese, di una visita ufficiale in Australia. I rapporti politici tra i due Paesi sono ora ai minimi storici dalla promettente elezione di Kevin Rudd, ex diplomatico fluente in cinese mandarino, a primo ministro australiano. Eppure, da inizio anno, acquisto di Felix resources escluso, gruppi della Repubblica popolare avrebbero già investito nel Paese-continente 2,2 miliardi di dollari Usa (1,6 miliardi di euro) e gli analisti continuano a ritenere che il flusso di denaro cinese in Australia non si fermerà. Evidentemente, gli affari sono affari.
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GRANDI NUMERI


2,2
Miliardi di dollari
Valore degli investimenti effettuati da gruppi della Repubblica popolare cinese in Australia da inizio anno. Nonostante le tensioni politiche bilaterali, il flusso degli investimenti cinesi sembra destinato a crescere
53
Miliardi di dollari
Nel 2008 i rapporti commerciali tra Cina e Australia sono ammontati a 53 miliardi di dollari, con tendenza all'aumento anche nell'anno in corso
6
Miliardi di dollari
Ammontare degli investimenti cinesi nel settore dei minerali ferrosi australiani. Grazie a questa politica, alternativa alle joint venture, Pechino riceve in cambio sconti sulle forniture di materie prime da parte dei produttori



25/08/2009