Chimerica e la vera partita di Fondo

di Sara Cristaldi La lunga marcia della Cina per la conquista delle istituzioni internazionali è in pieno corso. Degno suggello delle celebrazioni per i sessant'anni di vita della Repubblica popolare. Obiettivo: la stanza dei bottoni del Fondo monetario internazionale, creatura e simbolo del potere capitalistico impersonato da Stati Uniti ed Europa.
Le dimissioni annunciate ieri di Zhou Min dalla carica di vicepresidente operativo della potente Bank of China (della cui ristrutturazione e quotazione è stato l'artefice) confermerebbero indiscrezioni di stampa. Secondo The Wall Street Journal, infatti, Pechino starebbe facendo crescere uno dei suoi banchieri più esperti (un dottorato in economia alla Johns Hopkins University e un lavoro di economista alla Banca mondiale) per accreditarlo a un posto di vice-direttore operativo del Fmi in quel di Washington. Passaggio obbligato per Zhou: la People's Bank of China (la banca centrale cinese) nella carica di vice-governatore. Posizione, questa, strategica nell'attuale periodo di difficoltà economiche globali, di gestione "avveduta" della corsa della locomotiva cinese cui guarda tutto il mondo, di ridefinizione degli equilibri valutari internazionali.
Solo un anno fa il presidente della Banca mondiale, l'americano Robert Zoellick, aveva scelto come chief economist il cinese Justin Yifu Lin, il primo in arrivo dai paesi emergenti. Un segno dei tempi, che testimoniava la validità della "alleanza forzata" che già qualche anno fa Niall Ferguson ha battezzato "Chimerica" (China+America). La stessa che oggi fa sì che la General Motors India lavori a una futura azione comune con il big dell'auto cinese Saic Motor Corp., per andare alla conquista dei mercati globali, a partire dal promettente Subcontinente asiatico.
È la "Superfusion", cui ha dedicato un saggio anche l'economista Zachary Karabell, che preferisce parlare di "Chinamerica" e che oggi fa tanto discutere Wall Street e gli ambienti accademici Usa. In questa luce, l'arrivo di Zhou Min (o di chi per lui) a Washington suona scontato.
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20/10/2009