CHIESA SOTTERRANEA SCRIVE AL PCC

CHIESA SOTTERRANEA  SCRIVE AL PCC

Roma, 13 mag.- Una petizione destinata ai leader del partito comunista cinese per ottenere una maggiore libertà religiosa: questa la mossa senza precedenti della comunità cristiana cinese che per la prima volta ha visto riuniti più di 20 chiese non ufficiali e vari gruppi in nome di un comune obiettivo. La lettera, redatta da Xie Moshan e Li Tianen – capigruppo del movimento della Chiesa 'sotterranea' ed entrambi detenuti per dieci anni - è stata firmata dalle guide spirituali delle chiese non ufficiali di Pechino, Shanghai, Chengdu , Xi'an e Wenzhou e da figure di spicco dei circuiti religiosi. Recapitato mercoledì al Comitato permanente dell'Assemblea nazionale popolare l'appello è indirizzato al presidente Wu Bangguo cui i firmatari chiedono di  rivedere la legge che disciplina le questioni religiose "ormai obsoleta" in modo da garantire la tutela della libertà di culto. La petizione chiede inoltre una modifica della normativa in fatto di regolamentazione degli istituti religiosi: secondo quanto stabilito dalla legge in vigore, infatti, tutti gli organi religiosi devono necessariamente essere registrati e pertanto sono soggetti all'approvazione delle autorità che di fatto tendono a scartare gruppi religiosi diversi dalla Chiesa Patriottica regolata e controllata dal PCC. Va da sé che molte delle parrocchie urbane, nonostante abbiano grosso seguito, risultano essere illegali perché non approvate dallo stato e per questo motivo soggette a repressioni da parte del governo. Una condizione, questa, che i firmatari della lettera non sono più disposti a tollerare.

 

E, sempre a questo proposito, i religiosi chiedono alle autorità di far luce sulle recenti persecuzioni di cui sono stati oggetto i cristiani della Chiesa di Shouwang, nel nord ovest della capitale (questo articolo). Dopo essere stati improvvisamente sfrattati cinque settimane fa dai locali in cui la comunità era solita riunirsi, i cristiani hanno iniziato a celebrare la messa all'aperto, ma questa iniziativa ha scatenato la reazione della polizia che ha subito dato il via a una vera e propria repressione che ha portato al fermo di centinaia di persone, mentre sei guide spirituali si trovano agli arresti domiciliari. E da allora la scena si ripete ogni domenica. "Siamo stati trattenuti per esserci riuniti senza un'autorizzazione" avevano raccontato ad un'agenzia straniera alcuni cristiani in seguito alla seconda ondata di fermi. Già nel 2009 la comunità parrocchiale di Shouwang fu costretta ad abbandonare l'edificio che la ospitava e a scegliere il parco come nuova sede temporanea. La vicenda toccò alcuni parrocchiani che scelsero così di donare 4 milioni di dollari alla comunità per uno spazio proprio, ma Shouwang non riuscì ad ottenere il permesso dal governo per acquistare i locali. "Il dipartimento di pubblica sicurezza ha adottato le misure più idonee ai fini del mantenimento della stabilità sociale minacciata da queste persone che più volte si sono riunite in strada in modo illegale": così la portavoce del ministero degli Esteri Jiang, in una conferenza stampa che si è tenuta giovedì, ha difeso la vicenda degli arresti.  "Ci auguriamo che il governo riesca a gestire l'incidente di Shouwang nel modo più razionale, giusto e saggio e rispettando il principio secondo cui 'bisogna amministrare il Paese tramite la legge mettendo i cittadini al primo posto'. Una condizione necessaria per evitare un ulteriore inasprimento dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato" sottolineano ancora i firmatari della lettera la cui decisione di scrivere ai vertici di Zhongnanhai  è scaturita proprio dai fatti di Shouwang.

 

Negli ultimi anni la pratica di officiare messa in luoghi di culto noti - ma non aderenti alla Chiesa ufficiale riconosciuta dal Partito Comunista - era stata tollerata, tanto che secondo alcune stime i fedeli delle chiese protestanti ufficiose sarebbero circa 60 milioni contro i 20 di quelle approvate dal governo. Il nuovo giro di fermi segnala invece un inasprimento della situazione, probabilmente legato ai timori che stanno attraversando la leadership cinese dopo le ribellioni scoppiate in Medio Oriente e in Nordafrica. Da quando nel febbraio scorso un anonimo gruppo di dissidenti ha iniziato a diffondere messaggi che invitavano la popolazione a scendere in piazza per una "rivolta dei gelsomini" sulla falsariga di quella esplosa in Tunisia (questo dossier), le forze dell'ordine hanno sottoposto a restrizioni della libertà personale centinaia di attivisti, avvocati del movimento per i diritti umani e critici del regime, tra cui anche Ai Weiwei, l'artista cinese più noto al mondo (questo dossier).

 

di Sonia Montrella

 

 

 

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