Chi ha paura della Cina che compra i debiti Ue?

La Cina è vicina: acquista il debito pubblico dei paesi fragili dell'euro e ne riduce il rischio di default. È un passo avanti positivo nel coordinamento globale? O un segno sospetto che la regia della politica economica si sta rapidamente trasferendo verso l'Asia e l'America Latina?
Investendo riserve valutarie in Europa, l'impero di mezzo riduce le pressioni sui titoli di Stato, favorisce l'abbassamento dei tassi di interesse dei paesi in difficoltà, alleggerisce i vincoli sul bilancio pubblico e rende meno stringenti misure deflattive che, per quanto necessarie, frenano la crescita del vecchio continente. Dunque, di fatto, redistribuisce crescita economica dall'estremo oriente all'Europa .
Questo processo può essere di reciproco vantaggio. Il commercio bilaterale tra Europa e Cina vale oltre 450 miliardi di dollari. Il vecchio continente è principale mercato di destinazione delle merci cinesi. Per quanto la crescita in Germania e Francia abbia ottimo vigore, la stabilizzazione dell'Europa dipenderà da quanto le economie più fragili riusciranno ad innescare rapidamente un processo di crescita. Utilizzare risorse pubbliche per progetti di investimento o politiche di sostegno dei redditi e della domanda, senz'altro favorisce la crescita e rende politicamente più sostenibile il rigore fiscale.
La riluttanza tedesca alla costruzione del fondo di stabilizzazione europeo dimostra come il debito pubblico dei singoli stati dell'euro abbia ben precisi confini nazionali. Ma gli squilibri economici non possono essere ribilanciati completamente nell'ambito dell'area dell'Euro. Dunque, anche se il Fondo di stabilizzazione è un'essenziale cassa di compensazione, ciascun paese va sul mercato per conto proprio.
Come scriveva Martin Wolf su queste colonne, quando si prosciugano le risorse di mercato, il finanziamento del debito sovrano dipende solo dalla disponibilità di credito sovrano. Il che aumenta l'influenza dei creditori con i conti in ordine. L'acquisto di titoli da parte della Cina in apparenza riduce il potere contrattuale della Germania e ne annacqua il rigorismo. Di fatto, permette alla Germania di esigere rigore, trasferendo a terzi l'onere di sostenere i paesi deboli riducendo i costi dell'aggiustamento.
Da questo punto di vista il rapporto tra Cina ed Europa ha ben poco a che vedere con quanto sta succedendo in Africa. Qui la Cina ha completamente sparigliato le carte della cooperazione allo sviluppo. Finanziando paesi e progetti di cui l'Occidente non voleva e non poteva farsi carico, di fatto ha scardinato il meccanismo di condizionalità che fino a quel momento aveva guidato la politica di aiuto allo sviluppo Usa-oriented: ti aiuto se adotti politiche di rigore macroeconomico e orientate al mercato. La Cina in Africa non chiede condizioni, ma in cambio ha accesso a risorse naturali, sviluppa nuovi mercati e favorisce l'espansionismo globale delle proprie imprese.
Ora, è difficile pensare che il supporto cinese alle politiche di stabilizzazione europee possa di fatto determinare una corruzione ed una diluzione del rigore fiscale. Al contrario, come detto sopra, rende tali politiche più credibili, smorzando il trade-off tra rigore e crescita.
Ed anche le implicazioni mercantilistiche del sostegno cinese non sono molto preoccupanti. Questo sospetto è stato alimentato dalla richiesta della Cina all'ultimo vertice con l'Unione Europea, di ottenere lo status di economia di mercato nell'ambito della Wto. Di fatto, questo passaggio renderebbe più difficile introdurre misure anti-dumping contro le importazioni cinesi. E dato che questo è il principale strumento di protezione utilizzato nei confronti della Cina, le economie occidentali sono riluttanti a fare questo passo prima della scadenza prevista del 2016.
In realtà, la dimensione del mercato europeo è tale che ogni punto di crescita in più avrebbe un impatto ben maggiore di un qualunque allentamento delle barriere alle esportazioni cinesi. Sarebbe assai miope per il gigante asiatico scambiare l'uno per l'altro e dunque condizionare l'acquisto di titoli al riconoscimento dello status di economia di mercato. Insomma, la Cina è vicina e in questo caso a vantaggio di tutti. Un passo avanti nell'integrazione virtuosa delle politiche economiche globali.
barba@unimi.it
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I NUMERI DEL DRAGONE


IL PIL

Il Pil è pari a 5,7 miliardi di dollari, il secondo in classifica dopo gli Stati Uniti (14,6 mld) e prima del Giappone (5,4 mld). Per alcuni analisti il gap con gli Usa potrebbe colmarsi in qualche decennio


IL DEBITO

Per le statistiche ufficiali ammonta al 20% del Pil, ma secondo alcuni analisti aggiungendo l'esposizione delle amministrazioni locali il debito complessivo dovrebbe salire al 40%


LE RISERVE

Le riserve valutarie sono pari a 2.650 miliardi di dollari. Una cifra colossale. Quelle Usa ammontano a 46 miliardi e quelle di Eurolandia a 207,8 (ma non hanno un cambio fisso da difendere)


L'EXPORT

Ha superato già nel 2009 la Germania, portandole via il titolo di primo esportatore mondiale: Pechino esporta infatti il 9,7% del totale mondiale mentre Berlino si ferma al 9,0%


LE SPESE IN R&S

Quest'anno Pechino e Tokyo hanno investito entrambe circa 142 miliardi di dollari. Ma l'anno prossimo Pechino dovrebbe arrivare a quota 154 miliardi mentre la spesa di Tokyo resterà invariata



30/12/2010