CASO LI GANG, IL WEB BUCA LA CENSURA

CASO LI GANG, IL WEB BUCA LA CENSURA

Pechino, 02 feb. - Wo baba shi Li Gang, mio padre è Li Gang. A rileggere i dettagli del Li Gang gate, dopo quasi quattro mesi di distanza dal fatto, ci si immagina facilmente la boria, la presunzione, il mento lievemente inclinato verso l'alto, gli occhi arrossati e i denti serrati di Li Qiming che, dopo aver investito Chen Xiaofeng, tentava di usare come scudo l'autorità di Li Gang, suo padre, vice direttore della stazione di polizia locale. "Mio padre è Li Gang, sono un intoccabile, levatevi" deve aver pensato il giovane Li Qiming - 23 anni - mentre una piccola folla di studenti non gli permetteva la fuga, circondando la macchina incriminata ed immortalandolo coi soliti telefonini ultramoderni. I telefonini, strumenti che qui in Cina sono ormai armi affilate e pericolose: basta postare le foto su internet, aggiornare il proprio micro-blog, e le procedure di giustizia parallela possono iniziare.

 

Questi i fatti: nella serata del 16 ottobre scorso, Li Qiming viaggiava sui 70 km/h nei pressi dell'università di Baoding, provincia dello Hebei, ubriaco; due amiche, Chen Xiaofeng e Zhang Jingjing – entrambe ventenni – stanno attraversando la strada e vengono travolte dall'auto. La prima non sopravvivrà allo scontro; la seconda, dopo alcuni giorni di prognosi, verrà dimessa dall'ospedale locale e tornerà a frequentare i corsi universitari.

 

Domenica 30 gennaio, Li Qiming è stato condannato a 6 anni di reclusione per l'omicidio colposo di Chen Xiaofeng, in aggiunta al pagamento di $69,900 alla famiglia Chen e $13,800 alla famiglia Zhang. Ma tra il 10 ottobre ed il 30 gennaio è andato in scena l'ennesimo scontro socio-mediatico, l'ennesima contrapposizione tra impunibilità dei forti e rassegnazione dei deboli. Concetti buoni per un'epopea cavalleresca d'altri tempi, ma che purtroppo sono ben lontani dall'archiviazione nella miracolosa Cina del nuovo millennio.

 

Come da prassi, i poteri forti hanno provato in tutti i modi a sgonfiare il caso, ricorrendo alla censura su internet, il silenzio stampa imposto dal Ministero della Verità, pressioni sugli avvocati della famiglia Chen per non occuparsi del caso, fino ad arrivare ad una deprimente, seppur preventivabile, intervista farsa di Li Qiming e Li Gang, in lacrime in diretta nazionale sulla CCTV ad implorare il perdono della famiglia Chen e, contestualmente, dell'opinione pubblica nazionale. Dietro alle scenografie cartonate della propaganda nazionale però, la società civile usava i mezzi offerti da internet per sfogare la frustrazione di fronte all'ennesima provocazione, denunciando ed insultando il comportamento di Li Qiming non tanto per la guida in stato di ebbrezza, bensì per la presunzione di trovarsi geneticamente al di sopra della legge.

 

In pochi giorni si è attivato quello che viene chiamato in gergo il "flesh search engine", il motore di ricerca di carne umana: le informazioni sensibili di Li Qiming – numero di cellulare, indirizzo e-mail, indirizzo dell'università e di casa, micro-blog ed account di social network – vengono rimbalzate in tutta la rete da migliaia di utenti, in cerca di una giustizia viscerale fatta di insulti e minacce. "Wo baba shi Li Gang" diventa ben presto il meme – il tormentone web – per indicare l'abuso di potere dilagante.

 

Episodi del genere, che vanno ad aggiungersi, tra gli altri, all'iniquità delle demolizioni forzate (questo articolo) alla repressioni delle voci disarmoniche ed al malcontento della classe operaia mal pagata e mal tutelata, senza l'eco di internet sarebbero - e sono stati in passato - soffocati con estrema facilità; oggi, questo non è più possibile.

 

Quando sono i presunti colpevoli ad andare in televisione ad offrire le loro lacrime, diventa internet lo spazio naturale di denuncia per i parenti delle vittime. E sono le vittime ad incassare la solidarietà disinteressata della popolazione, unendo una rete di sconosciuti a battersi sul web per bucare il muro ovattato della vulgata di Pechino, della verità del Partito contrapposta alla Verità.

 

Così Ai Weiwei, assieme ad alcuni collaboratori, ha pubblicato in rete il video dell'intervista al padre ed al fratello della vittima, chiusi in un silenzio stampa forzato dalle autorità locali e vincolati da una promessa di riservatezza per ricevere, una volta calmatesi le acque, il compenso pattuito con la famiglia Li: 460,000 RMB, consegnati alla famiglia Chen solo quando il caso si fosse sgonfiato. Nel video, censurato e ripostato online svariate volte, i due Chen affrontano la telecamera a testa alta, un orgoglio nato dall'umiltà delle campagne e dai sacrifici fatti dal capofamiglia Chen Guangqian per affrancare i suoi figli dalla fatica della terra, diretti verso le fatiche dei libri universitari.

 

Chen Lin, coetaneo dell'assassino di sua sorella, con amarezza sentenzia: "Ci dicono che nella società siamo tutti uguali, ma io vedo disuguaglianza in ogni angolo. Questo non è semplicemente un caso di incidente stradale".  Il futuro della Cina forse è tutto lì, nel rapporto tra i Li Qiming di oggi, e i Chen Lin di domani.

 

di Matteo Miavaldi

 

© Riproduzione riservata