Caro dollaro sorry, lo yuan ha davvero il prezzo giusto

Jim O'Neill


Nelle ultime settimane, Washington ha alzato il livello dello scontro verbale su Cina e yuan. Considerando che le relazioni fra Cina e Stati Uniti sono già tese a causa di tutta una serie di delicati contenziosi, non è ben chiaro perché il Congresso in America sia tanto suscettibile sull'argomento. Con il Tesoro americano che il 15 aprile dovrà decidere, come fa ogni due anni, se etichettare la Cina come "manipolatore" valutario, non si capisce a chi giovi tutto questo clamore.
Anzi, da un punto di vista macroeconomico, la scelta di tempo non potrebbe essere meno appropriata. Circa quattro settimane fa, il presidente Obama ha annunciato un piano per raddoppiare le esportazioni nell'arco dei prossimi cinque anni. È un progetto ambizioso, ma considerando la debolezza del dollaro negli ultimi tempi e la forza della domanda interna in molti grandi paesi emergenti, Cina inclusa, gli Stati Uniti hanno la possibilità di tradurlo in realtà. E allora perché scegliere la strada che va nella direzione opposta, quella delle ritorsioni stizzite? Tre sono le questioni fondamentali su cui dovrebbero concentrarsi le autorità americane: la domanda interna in Cina, gli scambi della Cina con il resto del mondo e i tassi di cambio.
Rispetto alla domanda interna in Cina, è abbastanza evidente che in questo momento è semmai troppo forte, e certamente non a un livello tale da giustificare le accuse a Pechino di non fare la sua parte per l'economia mondiale. Da 13 anni la Goldman Sachs usa un indice brevettato - il cosiddetto Goldman Sachs China Activity Index - per calcolare il Pil della Cina. Al momento, questo indice sta crescendo a un tasso annuo di oltre il 14%. L'ironia è che, molto probabilmente, se Washington e altri non facessero tutto questo cancan, le autorità cinesi sarebbero più disposte a darsi da fare per alleggerire le pressioni inflazionistiche generate da questa crescita, anche introducendo una maggiore flessibilità nel tasso di cambio.
Continua a pagina 13
A pagina 11
Iran e valute: un «do ut des» Usa-Cina?



Continua da pagina 1
Se si guarda una serie d'indicatori (dati aneddotici di aziende cinesi o aziende globali che fanno affari in Cina, dati ufficiali su consumi e investimenti o, soprattutto, i dati sugli scambi) tutto questo risalta chiaramente. Se si parla con chiunque operi, a qualsiasi livello, nel settore dei beni di consumo (Tesco, Walmart, Louis Vuitton, eccetera) si vede che i loro dati lo confermano. I consumi in Cina crescono verosimilmente a un ritmo del 15% circa, corrispondente più o meno a un tasso del 2-3% negli Stati Uniti.
Per quel che riguarda i rapporti fra la Cina e il resto del mondo, il dato significativo, da quando la crisi ha toccato il suo punto più basso, non è la ripresa delle esportazioni da parte della Cina, ma la forza delle importazioni. L'imminente pubblicazione dei dati sugli scambi (prevista qualche giorno prima del rapporto del Tesoro), probabilmente fornirà un'ulteriore dimostrazione dell'enorme crescita delle importazioni, in assoluto e in rapporto alle esportazioni.
È evidente non solo dai dati cinesi, ma anche dai dati di molte altre potenze commerciali. Addirittura, ed è un dato notevole, gli scambi della Germania con la Cina stanno evidenziando un ritmo di crescita tale che nella primavera del prossimo anno, se proseguirà la tendenza attuale, potrebbero diventare più importanti degli scambi con la Francia.
La Cina lo scorso anno ha riscontrato un'eccedenza nel saldo con l'estero del 5,8% del Pil, molto più bassa di quello che apparentemente credono in molti a Washington. Nel 2010, potrebbe avvicinarsi al 3% (guarda caso al di sotto della soglia del 4%, che secondo il Peterson Institute for International Economics è definibile come «equilibrio»).
Tutto questo mi porta a parlare del tasso di cambio. Ho passato una gran parte della mia carriera a lavorare su modelli di tasso di cambio, e conosco bene le insidie. Alla Goldman Sachs nel corso degli anni abbiamo sviluppato nostri modelli, anche per lo yuan.
Al momento, ed è piuttosto insolito, il nostro modello sembra indicare che la valuta cinese è molto vicina al valore che dovrebbe effettivamente avere. Non è sempre stato così. Lo stesso modello normalmente segnalava una sottovalutazione dello yuan di circa il 20 per cento, ma negli ultimi cinque anni il divario si è fatto meno accentuato.
Naturalmente, non possiamo essere sicuri come d'abitudine dell'accuratezza di questo modello elaborato dalla nostra società, se teniamo conto dei colossali cambiamenti che stanno avvenendo riguardo alle dinamiche di crescita della Cina e del mondo nel suo insieme.
Il che ci riporta all'ironia della questione. Perché le autorità americane stanno rispolverando il protezionismo proprio nel momento in cui sempre più indizi sembrano segnalare che in assenza di queste misure le cose andrebbero nel senso da loro desiderato? E a quelli che contano a Pechino dovrebbe apparire ovvio, e probabilmente così è, che tenere lo yuan ancorato al dollaro non ha più l'utilità che aveva nel dopo-crisi: lo stesso governatore della Banca popolare di Cina lo ha sottolineato recentemente.
Jim O'Neill è capo economista alla Goldman Sachs
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© The Financial Times

02/04/2010